E alla fine ha vinto la Costituzione. Quella che deve la sua forza e la sua longevità al sapiente e impareggiabile equilibrio tra i diversi poteri dello Stato, costruito in modo che nessuno tra loro potesse provare a prevaricare gli altri. Quella che è stata scritta, nella formulazione che conosciamo, a seguito di un lungo e articolato confronto tra forze politiche e sociali assai diverse, ma alla fine capaci di raggiungere un intesa idonea a bilanciare i valori di cui ciascuna di esse era portatrice. Quella che si è provato a stravolgere, in questa vicenda referendaria, con una riforma istituzionale, imposta unilateralmente da una sola parte politica, che pregiudicava pesantemente il consolidato equilibrio preesistente. Riforma che mortificava la magistratura, qualificandola incapace di scegliere, con libere elezioni, le persone chiamate a governarne la vita e il ruolo istituzionale; che strappava il Pubblico Ministero dalla cultura e dall’esercizio della Giurisdizione, declassandolo a semplice “avvocato dell’accusa; che affidava la valutazione disciplinare di tutti i magistrati a un organismo di composizione e competenza indefinite e non sottoposto, a sua volta, al vaglio di alcun altro organo di Giurisdizione. Ma, grazie al cielo, i cittadini, in numero inaspettatamente elevato, hanno compreso che questa riforma – al contrario di quanto era stato loro detto – non solo squilibrava fortemente i rapporti tra le istituzioni, ma incideva in modo molto negativo sulle reali problematiche della Giustizia. E il chiaro esito del voto conforta anche coloro che si sono generosamente impegnati a far comprendere a tutti la reale portata delle modifiche che si è cercato di introdurre, smentendo le numerose false informazioni che sono state diffuse. Grazie dunque al popolo italiano per la maturità e la autonomia di discernimento che ha dimostrato.
Finalmente la Presidente del Consiglio, nel suo recente discorso di Milano, ha gettato la maschera sciorinando l’elenco delle “malefatte” di cui la magistratura (tutta intera) si sarebbe resa responsabile e che il progetto “epocale” di riforma farebbe cessare.
Ha testualmente affermato (tra l’altro) che, se non passa la riforma avremo “decisioni ancora più surreali sulla pelle dei cittadini, immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà, antagonisti che devastano le stazioni senza alcuna conseguenza giudiziaria, figli strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita” ed ha così. con assoluta evidenza, portato a compimento una vera e propria aggressione all’intera categoria dei magistrati contro le cui “surreali” decisioni i cittadini di buon senso non potrebbero fare niente.
Non dice però che le decisioni “surreali” in questione sono quasi sempre frutto della corretta e meditata applicazione di leggi che il Parlamento ha voluto e dei principi costituzionali che ne sono a fondamento, né che il Ministro della Giustizia si è guardato bene dall’esercitare il proprio potere disciplinare, negli eventuali casi in cui ve ne sarebbero state le condizioni.
Rimane allora una chiara manifestazione della più facile demagogia, rivolta ad aizzare contro la magistratura tutti i generi possibili di risentimento, soprattutto da parte di chi ne ha subito, per qualsiasi ragione, una decisone negativa, ignorando del tutto però – o fingendo di farlo – che la funzione fondamentale assegnata dall’ordinamento ai magistrati consiste nel risolvere conflitti e dunque, inevitabilmente, nel ”dare ragione” a qualcuno e “dare torto” ad altri, con la possibilità però, in quest’ultimo caso, di impugnare i provvedimenti sfavorevoli.
Viene invece lanciato l’esplicito messaggio che, con la riforma, finalmente potranno essere “sistemate le cose che non funzionano” e quindi inevitabilmente essere messi a tacere gli autori delle decisioni “surreali”, così come – per altro verso – quelli che hanno emesso decisioni non gradite al governo in materia di immigrazione, tutte attribuite sistematicamente e pregiudizialmente a “giudici di sinistra”.
Nessun riferimento e nessuna considerazione, da tutte queste parole, al valore della indipendenza dei giudici, che – va ricordato – costituisce la condizione fondamentale perché la difficile funzione loro assegnata dall’ordinamento di ogni stato civile possa essere esercitata senza condizionamenti di alcun genere, né quindi da interferenze di potere, esterne od interne, ma nemmeno da pressioni di natura ambientale, populisticao mediatica in grado certamente di turbare pesantemente la serenità dei magistrati chiamati a decisioni scomode.
E’ quello che sta avvenendo con il massacro mediatico subito in questi giorni dai giudici del Tribunale per i Minorenni dell’Aquila, alimentato anche da esponenti di vertice delle istituzioni, con manifestazioni di irrefrenabile demagogia e con evidente assoluta mancanza di rispetto verso la funzione esercitata da chi ha emesso decisioni, condivisibili o meno, ma certamente difficili, travagliate e ampiamente motivate.
Ai cittadini disorientati e poco informati (anche per la complessità tecnica e per certi versi ermetica del quesito referendario) viene così presentata la falsa immagine di una magistratura irresponsabile e gestita dal malaffare, che opera a proprio incontrollabile arbitrio e che non tiene minimamente conto del bene della collettività, ma si omette di aggiungere che – come ben sanno gli addetti ai lavori – la riforma in discussione non contiene alcun concreto strumento che possa intervenire a rimedio delle sbandierate storture ma al contrario appare verosimilmente destinata ad accentuarle.
Si sorvola al contrario sull’autentico, palese obiettivo delprogetto di riforma, consistente nella disarticolazione e nel profondo indebolimento del Consiglio Superiore della Magistratura, istituzione posta a garanzia e presidio dell’indipendenza dei magistrati, come anche della correttezza dei loro comportamenti.
E’ certamente questa, difatti, la conseguenza dello spezzettamento del CSM in tre organismi diversi, ciascuno con proprie ed esclusive competenze, che potrebbero anche entrare in conflitto tra loro, e ancora di più della sottrazione ai magistrati del potere – fondamentale per ogni struttura democratica – di scegliere i propri rappresentanti in seno all’organismo che ne regola l’attività (caso unico nel suo genere), sostituendolo con il sorteggio tra una amplissima platea di aventi diritto, che non da alcuna garanzia sulla idoneità dei designati, anche sotto il profilo etico, ad assolvere le loro delicatissime funzioni; che li rende irresponsabili della propria attività nei confronti di chiunque, che di conseguenza ne pregiudica l’autorevolezza rispetto alla corrispondente componente “laica”, che viene designata dal parlamento su una base molto più ristretta e consapevole.
Il vero programmato obiettivo della riforma non è dunque il miglioramento dell’amministrazione della giustizia ma piuttosto quello di limitare e condizionare la serena e indipendente opera dei magistrati – con buona pace delle formali attestazioni di rispetto verso di loro – soprattutto nell’attività di controllo del rispetto della Legge da parte degli altri organi dello Stato.
In questo modo viene fortemente pregiudicato il primo e fondamentale interesse proprio di quella comunità dei cittadini cui si è appellata la Presidente del Consiglio, che consiste indiscutibilmente nell’assicurare che i magistrati, Giudici o Pubblici Ministeri che siano, possano esercitare concretamente la funzione di corretta applicazione della Legge loro assegnata, con la serenità di rispondere esclusivamente alla propria coscienza.
Care e cari, la data del referendum si avvicina e la campagna elettorale si imbastardisce. A leggere le ultime esternazioni del ministro, anche successive al messaggio del presidente Mattarella sull’ abbassamento dei toni”, cascano le braccia (non migliore il comportamento della presidente del CM). Provo a rispondere, coi toni adatti.
PILLOLE DI NO
Una di queste ultime notti mi sono svegliato all’improvviso – comincia a capitarmi – e ho acceso il lume; rapida occhiata in giro e poi ho cominciato a srotolare il filo dei ricordi, a partire da quello della sera, col sondaggio sul referendum dove il NO aveva superato, di poco, il SI’ dopo mesi di notevole distacco. Quella specie di testa a testa non mi entusiasmava, e rimasi in attesa di inevitabili riflessioni.
A) I due presentatori della riforma, Meloni e Nordio, hanno prima negato, poi affermato che questa COSTITUZIONE riformata avrebbe migliorato la resa di giustizia . Non mi interessa fermarmi sulla loro contraddizione, perché semplicemente NON E’ VERO. Non c’è una riga, ma nemmeno una parola, che possa confermare le dichiarazioni dei “riformisti”. I due proponenti sono come Il Gatto e la Volpe, ma noi non siamo Pinocchio. I mali profondi della giustizia, a partire dalla durata dei processi, avrebbero bisogno di interventi ben altrimenti incisivi, sui testi legislativi, sui mezzi e sulle strutture (Ministro dove stava e che faceva nel frattempo, oltre a criticare pesantemente una magistratura della quale ha fatto parte per parecchio tempo).
B) I “riformisti” sostengono che , dopo la riforma, il giudice sarebbe davvero “terzo”, come è scritto nell’articolo 111 2° comma della Costituzione. Se questa tesi fosse vera, ne conseguirebbe di necessità che tutti processi penali celebrati col nuovo codice (qualche milione) sarebbero nulli.
C) Finché giudice e p.m. non saranno “separati” il primo sarà pesantemente condizionato dalle tesi del p.m., e le accetterà al di là del dovuto, sostengono i sostenitori del SI’. Ma se consultiamo i dati, scopriremo che il numero di condanne –secondo le tesi p.m.- e quello delle assoluzioni- tesi della difesa- sono all’incirca uguali. Quindi soltanto la metà dei giudici sarebbe influenzato dalla colleganza col p.m.? E un’altra metà no? I numeri smentiscono questa enorme sciocchezza.
D) Gli avvocati iscritti alle Camere Penali (circa 10.000) sarebbero nella quasi totalità fautori del SI’, quindi il numero degli addetti ai lavori sostenitori della riforma sarebbe argomento neutro, ma chiaro. Anche qui i numeri vanno letti per intero: la percentuale dei professionisti delle Camere Penali oscilla tra il 4 e il 5% del totale degli avvocati italiani; quindi il parere del 94/95% non è conosciuto. Perciò è assai significativa la chiara presa di posizione di un illustre avvocato e professore, Franco Coppi, le cui doti professionali ho avuto modo di apprezzare più volte. Non pochi magistrati e avvocati, buoni conoscitori del problema, valuterebbero addirittura con favore l’unicità della formazione professionale.
E) Se la Giustizia è del tutto dimenticata dai “riformisti”, vediamo finalmente il vero bersaglio della riforma, il Consiglio Superiore della Magistratura, istituito dai costituenti a difesa dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura(già la previsione dell’organo nel 1948, e la sua effettiva istituzione, nel 1958, fa capire quanto fosse “anomalo”). Dall’unico CSM attuale, con i membri togati eletti (secondo Costituzione), si passerebbe, nel testo riformato, a due CSM, per carriere separate, spostando la competenza in materia disciplinare, attribuita ad una Alta Corte, pensata da qualcuno che soffriva di incubi.
F) Dei due CSM e dall’Alta Corte farebbero parte, per due terzi magistrati, sorteggiati tra tutti, e per un terzo componenti “laici” sorteggiati in una apposita lista, approvata dal Parlamento. Il sorteggio dovrebbe, per il SI’, impedire la lottizzazione dovuta alle correnti in sede di Associazione magistrati. Lascia stupiti il motivo per cui non si sorteggiano assemblee di condominio, organi disciplinari vari, nonché Camere del Parlamento, che già oggi provengono da decisione di partiti e/o correnti di partito. L’Alta Corte nasce oltretutto in contrasto con il divieto costituzionale di istituzione di giudici speciali, e con una cervellotica previsione di reclamo contro le sue decisioni alla stessa Corte ,con altri componenti. E se, non essendo previsti numeri e qualifiche dei sorteggiandi, (decisioni delegate del tutto al prossimo legislatore) una maggioranza politica ampia coprisse con la sua lista tutti i posti destinati ai membri “laici”?. E contro la decisione della Corte in sede di appello sarà possibile ricorrere in Cassazione, secondo la tassativa previsione dell’articolo 111, penultimo e ultimo comma? Nulla dice sul punto la riforma.
G) Quando ai “riformisti” si contesta che nella riforma ben si intravedono rischi per l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, si risponde che l’art. 104 della Costituzione non viene modificato. Però, con riferimento al grande TOTO’ (ccà nisciuno è fesso), basta cambiare quell’articolo -già adesso si progetta di mutarne ben SETTE – e addio a indipendenza ed autonomia.
CONCLUSIONI Dopo queste osservazioni ( un testo più ampio nel documento “Ma non è una cosa seria”), meglio non consultare più i sondaggi: si discute di una -un po’ truffaldina- modifica della struttura sostanziale della nostra democrazia, e non della finale di una coppa di calcio, o di tennis. Per cambiare una parte non piccola, né secondaria della Costituzione nata dalla Resistenza più di ottanta anni fa andava prevista una discussione generale politica, come avrebbe dovuto farsi ,per l’articolo 138, e non una gara di corsa.