Questione demagogica

di Leonardo Agueci

Finalmente la Presidente del Consiglio, nel suo recente discorso di Milano, ha gettato la maschera sciorinando l’elenco delle “malefatte” di cui la magistratura (tutta intera) si sarebbe resa responsabile e che il progetto “epocale” di riforma  farebbe cessare.

Ha testualmente affermato (tra l’altro) che, se non passa la riforma avremo “decisioni ancora più surreali sulla pelle dei cittadini, immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà, antagonisti che devastano le stazioni senza alcuna conseguenza giudiziaria, figli strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita” ed ha così. con assoluta evidenza, portato a compimento una vera e propria aggressione all’intera categoria dei magistrati contro le cui “surreali” decisioni i cittadini di buon senso non potrebbero fare niente.  

Non dice però che le decisioni “surreali” in questione sono quasi sempre frutto della corretta e meditata applicazione di leggi che il Parlamento ha voluto e dei principi costituzionali che ne sono a fondamento, né che il Ministro della Giustizia si è guardato bene dall’esercitare il proprio potere disciplinare, negli eventuali casi in cui ve ne sarebbero state le condizioni.

Rimane allora una chiara manifestazione della più facile demagogia, rivolta ad aizzare contro la magistratura tutti i generi possibili di risentimento, soprattutto da parte di chi ne ha subito, per qualsiasi ragione, una decisone negativa,  ignorando del tutto però – o fingendo di farlo – che la funzione fondamentale assegnata dall’ordinamento ai magistrati consiste nel risolvere conflitti e dunque, inevitabilmente, nel ”dare ragione” a qualcuno e “dare torto” ad altri, con la possibilità però, in quest’ultimo caso, di impugnare i provvedimenti sfavorevoli.

Viene invece lanciato l’esplicito messaggio che, con la riforma, finalmente potranno essere “sistemate le cose che non funzionano” e quindi inevitabilmente essere messi a tacere gli autori delle decisioni “surreali”, così come – per altro verso – quelli che hanno emesso decisioni non gradite al governo  in materia di immigrazione, tutte attribuite sistematicamente e pregiudizialmente a “giudici di sinistra”.

Nessun riferimento e nessuna considerazione, da tutte queste parole, al valore della indipendenza dei giudici, che – va ricordato – costituisce la condizione fondamentale perché la difficile funzione loro assegnata dall’ordinamento di ogni stato civile possa essere esercitata senza condizionamenti di alcun genere, né quindi da interferenze di potere, esterne od interne,  ma nemmeno da pressioni di natura ambientale, populisticao mediatica in grado certamente di turbare pesantemente la serenità dei magistrati chiamati a decisioni scomode.

E’ quello che sta avvenendo con il massacro mediatico subito in questi giorni dai giudici del Tribunale per i Minorenni dell’Aquila, alimentato anche da esponenti di vertice delle istituzioni, con manifestazioni di irrefrenabile demagogia e con evidente assoluta mancanza di rispetto verso la funzione esercitata da chi ha emesso decisioni, condivisibili o meno, ma certamente difficili, travagliate e ampiamente motivate.

Ai cittadini disorientati e poco informati (anche per la complessità tecnica e per certi versi ermetica del quesito referendario) viene così presentata la falsa immagine di una magistratura irresponsabile e gestita dal malaffare, che opera a proprio incontrollabile arbitrio e che non tiene minimamente conto del bene della collettività, ma si omette di aggiungere che – come ben sanno gli addetti ai lavori – la riforma in discussione non contiene alcun concreto strumento che possa intervenire a rimedio delle sbandierate storture ma al contrario appare verosimilmente destinata ad accentuarle.

Si sorvola al contrario sull’autentico, palese obiettivo delprogetto di riforma, consistente nella disarticolazione e nel profondo indebolimento del Consiglio Superiore della Magistratura, istituzione posta a garanzia e presidio dell’indipendenza dei magistrati, come anche della correttezza dei loro comportamenti.

E’ certamente questa, difatti, la conseguenza dello spezzettamento del CSM in  tre organismi diversi, ciascuno con proprie ed esclusive competenze, che potrebbero anche entrare in conflitto tra loro, e ancora di più della sottrazione ai magistrati del potere – fondamentale per ogni struttura democratica – di scegliere i propri rappresentanti in seno all’organismo che ne regola l’attività (caso unico nel suo genere), sostituendolo con il sorteggio tra una amplissima platea di aventi diritto, che non da alcuna garanzia sulla idoneità dei designati, anche sotto il profilo etico, ad assolvere le loro delicatissime funzioni; che  li rende irresponsabili della propria attività nei confronti di chiunque, che di conseguenza  ne pregiudica l’autorevolezza rispetto alla corrispondente componente “laica”, che viene designata dal parlamento su una base molto più ristretta e consapevole.  

Il  vero programmato obiettivo della riforma non è dunque il miglioramento dell’amministrazione della giustizia ma piuttosto quello di limitare e condizionare la serena e indipendente opera dei magistrati – con buona pace delle formali attestazioni di rispetto verso di loro – soprattutto nell’attività di controllo del rispetto della Legge da parte degli altri organi dello Stato.

In questo modo viene fortemente pregiudicato il primo e fondamentale interesse proprio di quella comunità dei cittadini cui si è appellata la Presidente del Consiglio, che consiste indiscutibilmente nell’assicurare che i magistrati,  Giudici o Pubblici Ministeri che siano, possano esercitare concretamente la funzione di corretta applicazione della Legge loro assegnata, con la serenità di rispondere esclusivamente alla propria coscienza.