Osservatorio Mario Almerighi

Osservatorio-Isonomia-finale-1

Inizia oggi la pubblicazione della nostra Newsletter Osservatorio Isonomia. Si tratta del nostro contributo a un dibattito sui temi della giustizia e del sociale attraverso contributi di alto profilo sul piano giuridico. Otto pagine di riflessioni rigorosamente “senza filtro” per permettere al lettore di orientarsi tra i temi più sensibili del quotidiano. In questo primo numero parleremo di carcere con il racconto dell’esperienza di Dino Petralia come capo del Dap con un’intervista su “La via libera”. Sergio Materia affronterà il tema della risposta penale al reato commesso dall’incapace di intendere e di volere mentre vi invito alla lettura di un verbale recuperato da un libro di Giuliano Turone in cui è possibile ricavare un’idea di cosa è stato in Cassazione il cosiddetto metodo “ammazzasentenze” di Corrado Carnevale.

Una occasione mancata

di Leonardo Agueci

Manifesto-fondativo-del-Movimento-Aprile-1988

Questo documento costituisce il manifesto fondativo del Movimento per la Giustizia; il suo atto di nascita ufficiale, redatto – sull’immancabile foglio verde – in occasione della memorabile assemblea tenuta il 16 e 17 aprile 1988 all’Hotel Salus di Piazza Indipendenza a Roma.
Fu scritto quasi per intero da Mario Almerighi, che interpretò al meglio la forte volontà di rinnovamento di un gruppo di magistrati di varie parti d’Italia, che si erano ritrovati su valori e speranze comuni.
All’epoca esprimeva ottimismo e fiducia per il futuro, in vista del miglior funzionamento della giustizia, della sua sintonia con le aspirazioni della collettività, delle prospettive di crescita politica e sociale del paese intero: tutte aspirazioni che gli anni successivi avrebbero inesorabilmente demolito!
Ma riportava una analisi sul mondo della magistratura che colpisca ancora adesso per la sua lucidità ed attualità e che la fa sembrare scritta ieri mattina.
La questione morale, il rifiuto del carrierismo, la concezione della giurisdizione come servizio per la collettività, le concrete proposte di razionalizzazione del sistema, sono rimaste aspirazioni irrisolte che nemmeno l’operato del Movimento per la Giustizia è riuscito – o forse non ha voluto fino in fondo – perseguire con adeguata determinazione.
Ed oggi gli effetti di questa occasione mancata sono sotto gli occhi di tutti!!

Storia di un disastro

di Sergio Materia

Questo scritto non vuole essere un’invettiva amara da parte di chi ha inutilmente
sperato nei buoni frutti delle proprie aspettative e delle proprie battaglie. E’, o
vorrebbe essere, l’esatto contrario: il tentativo di ricostruire le ragioni (storiche,
politiche, sociali, culturali, organizzative, etiche) che passo dopo passo, come su
un piano inclinato, hanno causato l’attuale drammatica situazione in cui si trova
non tanto la magistratura italiana (di per sé, non sarebbe di grande interesse)
quanto la giustizia.
La giurisdizione è uno dei tre pilastri costituzionali su cui poggia la repubblica. Ed
è quello che più degli altri la rappresenta agli occhi dei cittadini, perché incide
direttamente e discrezionalmente sui loro interessi e sui loro diritti, spesso
decidendone il sacrificio. E perché la giurisdizione è custode non secondaria del
principio di uguaglianza, cardine della repubblica.

La nostra generazione, quella di chi ha ormai lasciato la magistratura, ha vissuto il
periodo storico in cui le trasformazioni della giustizia, sotto ogni profilo, sono state
più evidenti dal dopoguerra in poi. Dopo la magistratura sonnacchiosa e paludata
del periodo fino agli anni sessanta, che il rispetto ossequioso per il potere
(qualsiasi potere, anche delle parti in causa) l’aveva assimilato in modo naturale
senza neanche avvertire – con le dovute eccezioni -che un’altra strada esisteva, la
prima scossa si realizzò nel 1964 con la nascita di Magistratura Democratica. Poi
la giurisprudenza sullo Statuto dei Lavoratori del 1970 ad opera dei pretori del
lavoro milanesi (Canosa, Federico, Montera) e nel 1974 l’inchiesta dei tre pretori
“d’assalto” di Genova (Almerighi, Sansa, Brusco) sul primo scandalo dei petroli
segnarono il passaggio ad una nuova fase. Furono anni di tante grandi e
avanzate riforme in molti settori (Statuto dei Lavoratori, divorzio, diritto di famiglia,
legge penitenziaria, legge Basaglia sui manicomi, riforma tributaria, riforma
sanitaria e istituzione del servizio sanitario nazionale, fino all’abrogazione del
“delitto d’onore e del “matrimonio riparatore”. Sembrò che finalmente i principi
costituzionali potessero davvero realizzarsi. La magistratura, o meglio una sua
piccola parte, si fece interprete di questo nuovo clima di riscoperta dei valori
costituzionali e in particolare del principio di uguaglianza.

Ma quelli non furono anni trionfali. Perché intanto il paese era scosso dal
terrorismo, dalle stragi, dai delitti di mafia, dall’eversione. Fu, oggi possiamo dirlo
con sicurezza alla luce di quello che nel tempo è emerso, la risposta proprio al
progressivo spostamento dell’asse politico verso le forze di sinistra. Alle elezioni
amministrative del 1975 il PCI raccolse il 33,4% dei voti e confermò il forte
aumento dei consensi alle politiche del 1976 con il il 34,37% dei voti per la
Camera dei Deputati. Una tendenza che avrebbe portato il 16 marzo 1978 (il
giorno del sequestro di Aldo Moro) alla nascita della prima maggioranza di
governo comprendente il partito comunista.
Erano gli anni della guerra fredda, e il nostro Paese si trovò ad esserne uno snodo
cruciale. C’era anzitutto la vicinanza geografica ai Paesi comunisti. La Yugoslavia
e l’Albania, pur non allineati con l’Unione Sovietica, erano a poche decine di
chilometri. E poi, appunto, il Partito Comunista Italiano cresceva impetuosamente
nei consensi, anche per la spinta delle lotte operaie del 1969 e dell’ondata di
rinnovamento che, come abbiamo visto, ne era derivata.
C’era poi, preoccupante per i tutori dello status quo, la perdita di senso del potere
democristiano, incapace di andare oltre la pura e semplice gestione del potere.
E’ il tema dell’articolo di Pier Paolo Pasolini “Il vuoto del potere” ovvero “l’articolo
delle lucciole” sul Corriere della Sera, 1 febbraio 1975.
Il potere della Democrazia Cristiana, scriveva Pasolini, si fonda su “valori
(Chiesa, patria, famiglia, obbedienza, ordine, risparmio, moralità) che di colpo non
contano più”… i potenti democristiani coprono con la loro manovra da automi e i
loro sorrisi, il vuoto. Il potere reale procede senza di loro …).
Per i detentori del potere reale, del potere di decidere davvero il destino del nostro
Paese, l’eventualità che un partito alleato con Mosca prendesse il potere era
stato per gli anni cinquanta e sessanta un pericolo non incombente, da tenere a
bada con “ordinari” strumenti di controllo e di intervento. Ma dalla fine degli anni
sessanta, con l’autunno caldo e l’incalzare delle lotte operaie, e ancora di più con
l’avanzata elettorale del PCI, il pericolo era diventato reale.
I protocolli segreti allegati al Patto Atlantico del 1949 (V. Giuseppe De Lutiis,
Storia dei Servizi Segreti in Italia, Editori Riuniti, 1984) consentivano agli Stati
Uniti di intervenire “con qualsiasi mezzo” nel caso il Partito Comunista avesse
preso il potere in Italia, anche attraverso libere elezioni.
Nessuno di questi mezzi fu trascurato. E’ ormai storia condivisa e non più tesi di
parte la sicura responsabilità dei servizi segreti italiani nelle stragi (fin da quella di
Piazza Fontana del 12 dicembre 1969). E’ scritto in tante sentenze dei giudici: è in quegli anni che si costituisce la Loggia P2 con il compito di condizionare e
manovrare la vita politica italiana e di gestire il terrorismo e le stragi per conto dei
poteri paralleli, dello stato ed esterni allo stato.. Per la strage dell’Italicus del 4
agosto 1974 la sentenza della Corte d’Appello di Bologna parlò espressamente di
un marchio politico della P2, dimostrato tra l’altro (ma non solo) dai rapporti diretti
tra Licio Gelli e la cellula neofascista di Arezzo che la stessa sentenza (poi
riformata) in base ad elementi oggettivi non discutibili riteneva responsabile della
strage; è in quegli anni che si fa stretta e non episodica l’alleanza tra i poteri
occulti interni allo stato e la criminalità organizzata, sia politica che comune. Ormai
è indiscutibile che lo stato (con le sue derivazioni criminali) si servì dei neofascisti,
della Banda della Magliana, della camorra (si ricordi il caso del sequestro Cirillo
del 1981, con la trattativa che vide coinvolti i Servizi, la camorra, la Democrazia
Cristiana e le Brigate Rosse).
Nel 1978, quando il PCI entrò a far parte della maggioranza di governo, il
principale autore della svolta, Aldo Moro, fu prima avvertito (da Henry Kissinger) in
occasione di una visita negli Stati Uniti, poi sequestrato e ucciso. Oggi nessuno è
disposto a credere che le Brigate Rosse abbiano deciso e fatto tutto da sole.
Troppo evidente il ruolo dei servizi segreti come le indagini (soprattutto della
Commissione Parlamentare di inchiesta presieduta da Giuseppe Fioroni) hanno
dimostrato.

Sono cose note. Ma, si dirà, che attinenza hanno con la questione della
magistratura?
La risposta è semplice: era impossibile che il terzo potere dello stato non fosse
interessato e squassato da una simile situazione politico/criminale.
Anche perché proprio l’esistenza di relazioni di persone e apparati dello stato (per
conto terzi o in proprio) con la criminalità organizzata è con ogni evidenza
all’origine della deflagrazione della corruzione, in tutti i sensi del termine. Furono
corrotte le istituzioni dal momento in cui qualcuno in loro nome maturò debiti per
favori ricevuti nei confronti di ambienti criminali, non esclusi fatti omicidiari. Anche
la semplice conoscenza delle malefatte da parte della delinquenza organizzata
rappresentava un’arma di ricatto formidabile. I criminali e i loro rappresentanti tra i
colletti bianchi furono in grado di avanzare pretese in termini di potere. Le
istituzioni si misero nelle mani della criminalità. E’, in ultima analisi e a livello
generale, quello che è accaduto nelle relazioni tra stato e mafia. Lo stato pensava
di usare la mafia e i poteri criminali come il presidente dell’ENI Enrico Mattei diceva di usare i fascisti (“li uso come un taxi, pago e scendo) e invece è successo il contrario.
Ci volle tempo perché la magistratura prendesse coscienza del fenomeno. A
consuntivo si può dire che gli anni settanta vedono nascere e svilupparsi quella
corruzione che poi, nel decennio successivo, diventerà endemica. E la
magistratura, oltre alla sua gran parte che continua a fare tranquillamente il
proprio lavoro, vede – di fatto – formarsi due schieramenti. Da una parte pochi ma
non pochissimi magistrati soprattutto a Roma e in Cassazione – si mettono al
servizio del sistema di potere illegale di cui si è parlato. Come si è detto molti
comportamenti criminali, anche dei colletti bianchi, sono in ultima analisi (senza
voler generalizzare) inscrivibili e catalogabili come fatti politici, nel senso che i
criminali (malavitosi, faccendieri, professionisti di vario ordine, militari, funzionari
dello stato, giornalisti, banchieri, industriali) godono di protezioni politiche e
rispondono a questo o quel gruppo di potere politico, quando non ad un
determinato personaggio politico. Questi ultimi solo di rado si muovono con
motivazioni e per interessi propri ed esclusivamente personali o anche solo per
interessi di partito. Anche gli ambienti politici a loro volta godono di protezioni e
collegamenti che li mettono al riparo da inconvenienti. Non è un caso che assai
spesso indagando su fatti di corruzione si incontrava o si sfiorava, “presente sulla
scena del crimine”, questo o quell’esponente dei servizi.
Ma il punto è che tutto questo era legittimato (la parola, purtroppo, non è affatto
casuale) dalla strategia complessiva in cui tanti fatti si inquadravano. La lotta al
pericolo comunista aveva bisogno di tutti, e tutti andavano aiutati e protetti. La
guerra fredda con le sue sporche necessità aveva queste ricadute.
E la magistratura? I magistrati – soprattutto a Roma e in Cassazione – che si
mettono al servizio del sistema di potere illegale di cui si è parlato non sono solo
magistrati corrotti. Sono, di fatto, arruolati nelle schiere dei difensori del sistema di
potere che è al governo. Sono, nei fatti, attori della guerra fredda. Questo, come si
accennava, di fatto legittima il loro modo di agire e d intervenire. E’ questo che dà
loro forza e sicumera, che li fa sentire protetti. Intoccabili. Certamente è mancato
del tutto l’intervento in autogoverno del Consiglio Superiore della Magistratura, ci
sono state connivenze, pavidità e omertà da parte di chi avrebbe dovuto
controllare. Ma c’è stato molto di più, a dar forza ai magistrati corrotti: il potere era
dalla loro parte, e poco importa fosse un potere criminale. Il potere criminale
manovrava magistrati piazzati in posti strategici, soprattutto negli uffici giudiziari romani e, manco a dirlo, in Cassazione, dove il potere è di fatto insindacabile,
dove qualsiasi decisione, anche la più proterva, è “giusta” per definizione.
Ed è per questo che salvo eccezioni, le indagini e i processi finivano per
naufragare. L’elenco potrebbe essere lungo. Si può ricordare il processo
padovano istruito da Giovanni Tamburino sulla Rosa dei Venti, trasferito a Roma
dalla Cassazione e poi addomesticato a dovere; o il processo romano seguito alla
scoperta degli elenchi della P2, sfilacciato e di fatto insabbiato dal consigliere
istruttore Ernesto Cudillo e poi ridotto a poca cosa dal Tribunale nonostante il
grande impegno di Elisabetta Cesqui che cercò di recuperare per quanto possibile
un’impostazione accusatoria che potesse affrontare il dibattimento.
Questo periodo storico è contrassegnato da due date e due episodi cruciali, il
secondo dei quali rappresenta un grande segnale della parte sana della
magistratura.
Già dal febbraio 1978 il Ministro del Tesoro Gaetano Stammati (iscritto alla P2) e
Franco Evangelisti – stretto collaboratore di Giulio Andreotti- avevano fatto
infruttuose e ripetute pressioni sulla Banca d’Italia, in particolare sul governatore
Paolo Baffi e sul direttore della vigilanza Mario Sarcinelli, perché dessero il loro
assenso alla sistemazione – a carico dell’erario – del dissesto della Banca Privata
di Michele Sindona. Il 24 marzo 1979 due magistrati romani, il pubblico ministero
Luciano Infelisi e il giudice istruttore Antonio Alibrandi, concludono l’assalto alla
Banca d’Italia incriminando pretestuosamente Paolo Baffi e arrestando Mario
Sarcinelli.
Ma si andò ben oltre: nel luglio 1979 a Milano un emissario di Sindona assassinò
l’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca, altrettanto
tenace nell’opporsi alle pretese degli ambienti sindoniani. E proprio questo
omicidio e l’istruttoria che ne seguì furono l’origine della scoperta, il 17 marzo
1981 a Castiglion Fibocchi, delle liste della loggia massonica P2 da parte di due
giudici, Giuliano Turone e Gherardo Colombo, di pasta e cultura istituzionale
opposta a quella dei magistrati romani che avevano attentato alle istituzioni con la
cervellotica e strumentale accusa ai vertici della Banca d’Italia. Solo la estrema
cautela e le precauzioni prese per la perquisizione garantirono il buon esito del
sequestro. Ne seguirà, come è noto, anche una sentenza disciplinare del
Consiglio Superiore della Magistratura (il relatore fu Vladimiro Zagrebelsky). Il
criterio guida fu garantista: la sentenza sanzionò non la formale adesione ma
l’appartenenza alla P2, e cioè la consapevole partecipazione alla sua attività. Ne derivarono alcune assoluzioni ma anche dure decisioni per i colpevoli, in buona
parte radiati dalla magistratura.
Da lì in avanti sarà guerra aperta. Quasi a carte scoperte. Chi si mette al servizio
dell’illegalità lo fa in modo quasi spudorato. Tutti sanno chi sono i magistrati
corrotti, nessuno si stupisce quando qualcuno di loro viene incriminato o arrestato.
Ma dall’altra parte, con fatica e spesso in solitudine, qualcuno non accetta tutto
questo e prova a reagire. Gli ostacoli sono tanti. E durissimi da superare.
La ragione è stata già esaminata, e vale la pena di metterla meglio a fuoco.
La corruzione, l’uso di strumenti illeciti ad ogni livello, la compromissione delle
istituzioni, le relazioni oscure tra politica, affari, finanza, professioni soprattutto
legali, la ormai indecifrabile osmosi tra legalità e illegalità, non erano più esterne al
sistema istituzionale. I personaggi “chiacchierati”, anche tra i magistrati, erano
rispettati e temuti. Tutto il sistema, compresa una buona parte di quello giudiziario,
ne prendeva atto e si adeguava.
Non è fantasia né complottismo: tutto era consentito per tutelare lo status quo e gli
equilibri di potere che lo garantivano.
E d’altra parte, lo abbiamo notato, non si spiegherebbe altrimenti il ruolo, in tante
vicende criminali, di appartenenti a servizi di sicurezza, certo non a titolo
personale.
E’ un periodo buio per la magistratura. Gli organi di autogoverno non si
dimostrano all’altezza del drammatico compito che la Costituzione affida loro.
Quando non si arriva a chiare complicità o a pavide passività, c’è comunque un
enorme deficit di cultura istituzionale. Le correnti dell’ANM e per caduta il
Consiglio Superiore vivono quel periodo cruciale come si fosse in tempi ordinari,
continuando a gestire spartizioni di potere che sarebbero miserabili sempre e
comunque ma che in quel contesto sono lunari. Di altro non sono capaci, o non
vogliono.
Ne risultano nomine a posti direttivi che troppo spesso non favoriscono la
professionalità, la moralità, la capacità organizzativa, ma l’appartenenza a questa
o quella corrente. Di fronte a condotte censurabili, la mano è quasi sempre
leggera. Sono cose fin troppo note.
E’ probabilmente in questo periodo che matura la crisi radicale e di lì in poi
irreversibile dell’autogoverno, nonostante qualcuno se ne renda conto e la
denunci. Uno di questi è il nostro Mario Almerighi. La sua nobile rabbia civile -e
quella di altri magistrati di grande sensibilità democratica- dà vita al progetto del
Movimento per la Giustizia. Il nuovo gruppo non vuole essere una corrente dell’ANM ma qualcosa di profondamente nuovo che segni una rottura con il rigido
senso di appartenenza e si apra anche a chi magistrato non è. L’obiettivo è la
creazione di un laboratorio di idee e proposte per superare il cieco corporativismo
dell’ANM e valorizzare le migliori energie interne alla magistratura. L’obiettivo è
stato raggiunto solo in parte. Di fronte agli attacchi politici contro i magistrati che fanno bene il loro dovere la reazione c’è, ma è fatta di stereotipi, di frasi fatte, di difese di ufficio, di vittimismo, di corporativismo, e senza mai voler distinguere tra i magistrati buoni e cattivi.
Manca del tutto la capacità di alzare lo sguardo e di rivendicare in modo credibile
il ruolo costituzionale dei magistrati. Manca un’analisi politico-istituzionale che
certo sarebbe spettata al terzo potere dello stato e ai suoi organi di autogoverno.
Due parole risuonano ancora, piagnucolose e già allora insopportabili:
delegittimazione e sovraesposizione.
Anche perché, poi, le prassi dell’autogoverno dimenticavano le fiere declamazioni
dei comunicati e delle delibere del Consiglio Superiore, e si tornava alla gestione
del potere interno.
A ripensarci oggi, non è incredibile l’esito del concorso del 1988 tra Meli e
Falcone per il posto di consigliere istruttore di Palermo? Già allora sembrò
quantomeno un grande errore; oggi possiamo dire che si trattò di una scelta che
non volle tener conto né degli interessi della magistratura a valorizzare i migliori,
né soprattutto delle esigenze della lotta alla mafia e della tutela delle istituzioni.
Una scelta in malafede.
Questo modo di gestire l’autogoverno, all’insegna del “troncare, sopire” del Conte
Zio manzoniano, resiste cocciutamente fino ai primi anni novanta. Poi qualcosa
cambia. E’ caduto il muro di Berlino. Il periodo della guerra fredda è finito, il
Parlamento concede l’autorizzazione a processare Giulio Andreotti per i rapporti
con Cosa Nostra. Il mondo politico viene sconquassato da Mani Pulite e i vecchi
assetti di potere crollano; la lotta alla mafia vede l’arresto di Totò Riina; si
costituiscono nuove strutture investigative. Purtroppo, anche dai tragici attentati di
Capaci e di Via d’Amelio i magistrati ricevono nuova forza. Nuove indagini
investono i centri di potere illegale. Molti processi e condanne raggiungono gli
ambienti giudiziari, soprattutto romani. Non ci sono sorprese, i nomi sono noti da
molto tempo.
Ma oggi, a conti fatti, qualcuno può dire che le strutture associative e gli organi di
autogoverno abbiano colto l’occasione del nuovo ciclo politico per finalmente rifondare su basi nuove il modo di essere dei magistrati? La nuova epoca che si
apriva assegnava ai magistrati compiti nuovi e nuove responsabilità, ed anche
una nuova credibilità presso i cittadini (che è altra cosa rispetto ad una investitura
popolare che era da rifiutare, come è accaduto).
La nuova era, forse per la prima volta (a parte i tentativi di pochi negli anni
precedenti) indicava un compiuto percorso costituzionale: la realizzazione, se non
per intero almeno come tendenza e come possibilità concreta, dell’uguaglianza di
tutti i cittadini di fronte alla legge. Adesso la magistratura e i suoi processi non
scontavano più la disuguaglianza di potere di fatto, che fino ad allora aveva
messo in difficoltà e spesso annullato il ruolo di intervento e di controllo dei
magistrati. I pesanti condizionamenti esterni ed interni (con il tramonto, anche per
ragioni anagrafiche, delle vecchie figure di capibastone delle correnti) erano ormai
inoffensivi. Era possibile, era doveroso far partire una nuova epoca di pulizia, di
coraggio, di lealtà dei vertici nei confronti di tutti gli appartenenti alla categoria.
Dire che l’occasione non fu colta sarebbe un eufemismo. In realtà, fu come se la
nuova situazione storica non fosse arrivata, come se non fosse evidente che non
si poteva continuare come nulla fosse accaduto. Nulla di rilevante accadde
all’interno della corporazione. Stessi riti spartitori, nessuna indicazione di possibili
nuove vie per la verifica e valutazione della professionalità dei giudici. A fronte
delle nuove e ingigantite responsabilità, sarebbe stato necessario finalmente un
salto di qualità culturale perché i magistrati non si sentissero tanto detentori di un
potere, e nemmeno semplici burocrati chiamati ad applicare la legge, ma portatori
di una cultura civica prima che giuridica, di una apertura mentale capace di
interpretare i fatti prima ancora che il diritto. Certamente molti magistrati queste
capacità le avevano, le hanno e le portano nei processi, ma non era e non è
prevista nessuna seria verifica in questa direzione. E’ molto più facile e comodo
verificare la conoscenza tecnica del diritto, richiedere su un dato tema la
conoscenza dell’ultimo arresto della Cassazione. Ma questo è stato ed è un
sistema deresponsabilizzante per tutti, per i controllori e i controllati.
L’autogoverno non può prescindere dalla necessità di una valutazione di ordine
culturale: questa persona è in grado di usare in modo corretto la logica? E’ in
grado di non limitarsi al rispetto della logica formale e di adeguarne l’impiego a
quello che i fatti suggeriscono? “I fatti hanno le loro esigenze” scriveva Gustavo
Zagrebelsky molti anni fa in “Il Diritto mite”. Questo giudice ha il coraggio (se di
coraggio si deve parlare) di contraddire la giurisprudenza di legittimità quando è giusto farlo? E’ capace di valutare correttamente gli indizi, senza pavidità
burocratiche ma anche senza salti logici e di senso?
E’ vero, è un tema scivoloso e nessuno dimentica la proposta contenuta nel Piano
di Rinascita Democratica della P2 di un controllo sulla psicologia del magistrato.
Ma non si tratta di questo, ed anzi lo spauracchio del controllo politico sulla
maggiore o minore addomesticabilità del magistrato ha rappresentato, di fatto, un
blocco rispetto al dovere di affrontare la questione.
Sappiamo quanto sia frequente che le sentenze di primo grado siano contraddette
da quelle successive. Sappiamo che solo in certi limiti questo è fisiologico.
Qualcuno è mai andato a verificare se nell’una o nell’altra sentenza ci siano chiari
errori nella valutazione ed interpretazione dei fatti?
Adesso la riforma Cartabia prevede che tutto questo sia oggetto di valutazione.
E puntuale ecco la chiusura della magistratura di fronte a qualsiasi riforma che
introduca un sistema di controlli. La pretesa di insindacabilità sarebbe
inaccettabile in ogni caso, ma è surreale se la corporazione ogni giorno dà prova
di inaffidabilità. E così, la nuova stagione politico/istituzionale (la “seconda Repubblica”) cambia
tutto ma non i vecchi metodi della magistratura.
Lo spazio per una profonda riflessione su questi temi si chiude in fretta. Arriva
Silvio Berlusconi. Da quel momento e per un lunghissimo periodo l’autogoverno
dei magistrati e la loro associazione si dedicherà – forzatamente – alla difesa delle
prerogative della giurisdizione dai tentativi di renderla inoffensiva nei confronti del
potere berlusconiano. Il tema diventa uno solo e azzera tutti gli altri: il cosiddetto
conflitto tra magistratura e politica. Era un tema già invadente prima, dal 1981,
con gli attacchi di Craxi contro chi a Milano indagava sul banchiere Roberto Calvi.
Con l’avvento di Berlusconi diventa esclusivo e ossessivo.
Non è certo una colpa per gli organi di autogoverno l’essersi dedicati a questo
tema, e nemmeno si può dire che, di per sé, la difesa sia stata condotta con
argomenti e toni sbagliati. Ricordiamo che un’importante parte dell’opinione
pubblica assunse posizioni di sostegno ai magistrati. Nacquero nuove
associazioni, ci furono grandi manifestazioni pubbliche, si formarono comitati.
La battaglia fu necessaria, condivisa, quasi ovvia tanto era evidente la
prevaricazione dei prepotenti.
Ma nel frattempo i mali della magistratura associata e per caduta del CSM certo
non guarirono. Anzi: proprio il fatto che la magistratura fosse sotto attacco e avesse il sostegno dell’opinione pubblica rese molto più difficile discutere delle
criticità interne e accentuò la chiusura a riccio di fronte alle obiezioni contro il
sistema clientelare e la mancanza di controlli sulla professionalità: come si poteva
criticare e indebolire quello che era l’unico vero baluardo contro il berlusconismo?
Non si comprese (o non si volle comprendere) che per svolgere il nuovo ruolo che
la storia le assegnava la magistratura avrebbe dovuto assumere un volto nuovo.
Non si ricorda nessun significativo intervento per uscire dall’angolo in cui gli
attacchi berlusconiani volevano confinare i magistrati, piccole e grandi devianze
non furono ritenute degne di attenzione, troncare e sopire continuò ad essere il
canovaccio. Tutti sapevano, nessuno si mosse.
Un solo esempio: Orazio Savia, magistrato della Procura di Roma, era noto a
tutti per i suoi rapporti con la politica e in particolare con il Partito Socialista. Nel
febbraio 1993 Sergio Castellari, dirigente delle Partecipazioni Statali, si suicida
dopo aver saputo che Savia ha chiesto per lui un provvedimento di cattura che ha
il solo scopo di indurlo a fare dichiarazioni che possano permettere lo
spostamento del processo Enimont da Milano a Roma. L’accusa contro Castellari
è quella di peculato, per essersi portato a casa documenti di ufficio da studiare.
Castellari lascia una lettera: “Non posso accettare di essere inquisito da persone e
uffici di cui è nota la personale e profonda corruzione”. Tutti conoscevano la
disonestà di questo magistrato. Che però, dopo questo episodio, fu nominato
procuratore capo di Cassino, e anche lì la sua tempra si distinse.
Fu solo la magistratura penale a metterlo finalmente fuori gioco per una lunga
serie di attività corruttive che gli avevano permesso di accumulare un patrimonio
di oltre 5 miliardi di lire soprattutto in titoli e immobili, intestati al suo
commercialista e alla segretaria di quest’ultimo. Savia restituì i 5 miliardi e
patteggiò la pena dopo una lunga custodia cautelare in carcere.
E’ solo un esempio di come (non) funzionò l’autogoverno. Il ventennio berlusconiano ci ha restituito una magistratura alle prese con i problemi di prima.
Sono passati decenni, la situazione politico-istituzionale è cambiata più volte,
sono cambiati gli attori, ma non il copione. La situazione anzi si è aggravata.
Anzitutto non si intravedono, salvo eccezioni, figure interne alla magistratura di
livello tale da rappresentare una guida e un esempio per gli altri, in particolare per
i più giovani. Anche perché in realtà nessuno è in grado di dire quale magistratura
si vuole. Si richiama la Costituzione ma lo si fa in modo assolutamente generico, rituale. La magistratura non sa andare oltre le frasi fatte, la politica si divide ogni
volta e richiama, della Costituzione, solo quello che di volta in volta le interessa.
La magistratura è acefala. L’ANM è sempre di più un semplice sindacato di
categoria e forse, a pensarci, non poteva che essere così. La convivenza e la
collaborazione di correnti culturali tanto distanti tra loro non avrebbe potuto
produrre altro che la ricerca di accordi interni al ribasso, tali da lasciare fuori le
idealità più caratterizzanti delle singole componenti. Restava, quale unico terreno
di incontro, la pura e semplice attività sindacale. Ovviamente accompagnata,
all’occorrenza, da alti lai sui soprusi subiti, presunti, temuti.
Ma se questo è accaduto, se la magistratura ha fatto in modo che accadesse, se
la natura di sindacato è prevalsa, se le idealità culturali e politiche delle correnti
sono praticamente scomparse dal discorso pubblico e da quello interno alla
categoria, ciò vuol dire che quelle idealità sono state vissute e sentite in modo
debole, sempre più debole nel tempo. Assieme alle posizioni di parte è stato del
tutto abbandonata la cura delle più alte idealità comuni alle correnti. Si è stati
capaci solo di dire molti no ma non di proporre un modello costituzionale del
magistrato, anche e soprattutto nelle prassi di autogoverno.
Il paragone può essere azzardato ma il riferimento avrebbe dovuto essere con la
Resistenza, in cui collaborarono forze politiche lontanissime unite però dal
comune intento di sconfiggere il nazifascismo e conquistare la libertà e la
democrazia.
E siamo all’oggi, al caso Palamara (che non è solo il caso di Palamara). E
all’abisso di vergogna che ha rivelato.
Un oggi che rischia di durare ancora a lungo, considerato che nessuno dei nodi
che la storia e la cronaca hanno proposto è stato sciolto; che anche il caso
Palamara ha avuto esiti deludenti sul piano della risposta istituzionale; che ancora
una volta è sconsolante assistere alla totale incapacità dell’autogoverno di
riformarsi; che dilaga tra i cittadini la sfiducia verso i magistrati.
Certo, per parafrasare Winston Churchill, l’autogoverno è il sistema peggiore con
l’esclusione di tutti gli altri. Ma può bastare questo per evitare che prima o poi
qualcuno lo metta in discussione?

L’importanza di un incontro

di Rosalba Turco

Siamo agli inizi dell’anno 2000, è un periodo molto triste e difficile per la giurisdizione poichè da un lato si assiste per la magistratura allo svilimento dei principi che connotano l’autogoverno e l’autonomia della stessa e dall’altro anche per l’avvocatura, mancando la fiducia negli amministratori della giustizia, si respira un clima di forte “corporativismo”, tale da non favorire un confronto costruttivo tra le parti.
Mario Almerighi, che da sempre combatteva con grande impegno e fervore l’appartenenza ed il corporativismo, con la sua lettera “Invito ad un incontro”, indirizzata a magistrati, avvocati ed operatori del diritto presentava una proposta davvero innovativa e fino a quel momento non esplorata. Quella di riunire intorno ad un tavolo magistrati, avvocati, operatori del diritto alfine di cercare insieme una nuova cultura della legalità e della giurisdizione per un migliore funzionamento della giustizia, nell’interesse dei cittadini e della collettività.
In molti hanno risposto a quell’invito, cui ha fatto seguito la fondazione dell’Associazione Culturale Isonomia, trasfusa poi nella nostra attuale associazione che continua quel percorso iniziato 22 anni fa, aperto ancor più oggi alle giovani generazioni, per trasmettere e tenere vivo quel discorso sulla legalità mai interrotto ed ora più che mai indispensabile per contribuire alla ripresa culturale del nostro paese.

lettera-di-Mario-Almerighi-del-22.02.2000

Mario e Sandro

di Sergio Materia

Sandro Pertini, Presidente della Repubblica, passa in rassegna un reparto dei Bersaglieri. Roma, 8 luglio 1978

Il 24 marzo, proprio nel giorno in cui cinque anni fa è scomparso Mario Almerighi, il comune di Roma ha deciso che la casa di Sandro Pertini diventerà un museo multimediale.
Mario Almerighi è stato presidente della Fondazione Sandro Pertini e si è battuto perché la memoria del Presidente e di quello che ha rappresentato restasse viva.
Ancora una volta le figure di Pertini e di Almerighi si incontrano. E forse non è solo un caso che questo accada in questo periodo di guerra in cui, spesso a sproposito, prendono la parola i movimenti pacifisti.
Invece di tante parole, basterebbe ricordare la figura di Sandro Pertini.
Nessuno ha dimenticato le sue parole di pace (“si svuotino gli arsenali, si riempiano i granai”). Ma quel Pertini è lo stesso che fu a capo di un’organizzazione partigiana che le armi le usò eccome, perché servivano a combattere il nemico nazifascista. E non c’è nessuna contraddizione dovuta magari alla distanza temporale, come qualcuno potrebbe pensare. E’ lo stesso Sandro Pertini, nell’uno e nell’altro caso, che aveva chiarissimo il confine nettissimo tra amore per la pace e passività.
Nemmeno chi mette la pace al primo posto tra i valori fondanti di una società può essere arrendevole quando un feroce oppressore mette sotto attacco la libertà e la voglia di democrazia.
Perché come ha scritto il teologo Vito Mancuso rispondendo alle sorprendenti affermazioni “pacifiste” del presidente dell’ANPI, la libertà e la dignità sono più importanti e più sacri della vita stessa. Basta rileggere le lettere dei condannati a morte della Resistenza.
Tutto questo è scritto nella Costituzione. Viene spesso ricordato l’art. 11: L’Italia ripudia la guerra “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
E già il discorso si fa più complesso del semplice ripudio della guerra. Ma poi c’è l’art. 52: “La difesa della patria è sacro dovere del cittadino”. E allora è chiaro che la reazione anche armata contro un nemico oppressore o invasore non solo è legittima ma è doverosa. E se questo vale per la propria patria, deve valere per tutte le patrie.
Pertini tutto questo, questa convivenza tra volontà di pace e fermezza davanti alla violenza ingiusta, lo ha impersonato in tutta la sua vita.
Anche sul piano personale era così, perché era burbero ma sotto sotto ci vedevi un che di scanzonato, di accogliente.
Io credo proprio che anche questo aspetto della figura di Pertini abbia conquistato Mario Almerighi. Perché anche Mario era così. Sempre gentile, sentiva forte il senso dell’amicizia. Era la base necessaria di ogni discorso politico. Per questo, le delusioni vissute nella sua attività pubblica erano anzitutto delusioni sul piano personale.
Ma anche Mario era capace, eccome, di battaglie tenaci in nome della dignità e del senso di giustizia, e mai in nome di interessi personali.
Oggi insomma anche Mario Almerighi rivive ed è presente in questa bella occasione di ricordo di Sandro Pertini. E sarebbe bello che i giovani, assieme alla figura del più amato dei presidenti, riscoprissero quella di un grande giudice e grande uomo come Mario Almerighi.

Una casa per le idee di Pertini

di Valdo Spini

Anni fa, andammo con Mario Almerighi dall’allora commissario prefettizio al Comune di Roma, Fabrizio Tronca, per prospettargli il problema della casa a Fontana di Trevi dove Sandro Pertini viveva con la moglie Carla e che è di proprietà del Comune Capitolino. L’idea era di farne una Casa della Memoria per raccontare il suo impegno politico e sociale, e dare a tutti la possibilità di ricordare nel tempo la sua vita e le sue opere . Pertini non ha mai abitato al Quirinale, ma è sempre rimasto  in questa piccola casa nel cuore di Roma. Volevamo proporre attività interattive e di proiezioni , dirette soprattutto ai giovani un museo didattico che poteva  arrivare comunque all’interesse  di tutti, senza limiti di età. La nostra visita al Commissario non ebbe poi seguito per il poco tempo che allora ci separava dalle elezioni amministrative del 2016. Ma nella nuova consiliatura (eletta nel 2021) l’idea ha finalmente trovato un seguito nelle istituzioni. Per iniziativa della consigliera comunale Antonella Melito, con una mozione in Campidoglio fatta propria da tutto il gruppo Pd, quell’idea, cui Mario Almerighi teneva tanto, è stata rilanciata. Si dice nella mozione “Chiediamo al Sindaco e alla Giunta di portare avanti il progetto per un’esperienza che possa tenere in vita la memoria del Presidente “più amato dagli italiani”. Sono molto grato alla consigliera Melito e al gruppo Pd che risollevano nel consiglio comunale di Roma Questo tema.. Ritengo che la vita di Sandro Pertini possa essere di importante stimolo per la partecipazione nella vita pubblica e per l’impegno nella vita politica delle giovani generazioni. Ricordo quello che diceva il Presidente Pertini: “Giovani, scegliete una fede politica democratica e per quella date il meglio di voi stessi».

Valdo Spini

Credo che sia un invito quanto mai attuale, e mi auguro che tutte le forze presenti in Aula Giulio Cesare vogliano accogliere questa iniziativa significativa, che nel cuore della  Città di Roma potrebbe dare risalto ad un grande impegno civile e politico.    

Sarebbe anche il miglior modo di ricordare la memoria del giudice Mario Almerighi.

In ricordo di Mario

Fontana di Trevi. Mario Almerighi con la sua famiglia davanti al palazzo che ha ospitato la residenza di Sandro Pertini (foto di famiglia)

Oggi 24 maggio ricordiamo il nostro presidente Mario Almerighi con affetto e riconoscenza per la dedizione e l’impegno costante nel perseguire i valori della legalità e della giustizia.

Pace è libertà

di Leonardo Agueci

Chissà cosa avrebbe detto Mario Almerighi di fronte alle immagini di guerra e di orrore che in questi giorni ci vengono mostrate di continuo?

Come quelli della generazione che ha vissuto la seconda guerra mondiale soprattutto attraverso i racconti dei propri familiari e le tragedie ancora recenti che l’avevano accompagnata, avrebbe probabilmente considerato del tutto insensata e inimmaginabile l’idea che potesse avvenire ancora qualcosa del genere.

E una chiara testimonianza del suo pensiero viene data da un appunto, ritrovato tra le sue cose, nel quale definisce la guerra come “la più sublime manifestazione dell’infinita stupidità dell’uomo”!

Siamo cresciuti coltivando i valori della pace, della libertà e del reciproco rispetto delle persone, quali fondamenti assoluti dei rapporti tra i popoli,  e – come se fossimo di colpo ritornati al 1939 – ci troviamo oggi di fronte alla violenta e prepotente invasione di una nazione sovrana europea ad opera di un’altra nazione più forte, formalmente motivata da evidenti pretesti ed accompagnata da stragi di inermi cittadini (tra i quali tanti bambini), da brutalità di ogni genere e dalla pianificata distruzione totale di intere città.

 Assistiamo sgomenti alle sistematiche violazioni di principi di umanità elementari ed alla quotidiana consumazione di efferati crimini di guerra, per effetto della volontà di pochi uomini, impadronitisi del potere assoluto e incontrollato del proprio paese.   

All’interno dello Stato invasore ogni libertà democratica risulta di fatto eliminata; ogni manifestazione di pensiero non allineata viene brutalmente repressa; non è consentito alla stampa, compresa quella straniera, alcun genere di informazione diverso dalle fonti di potere; viene persino tenuta nascosta ai propri cittadini la stessa esistenza di una guerra in atto.

I sentimenti di indignazione suscitati da tutto ciò non possono essere attenuati dalla considerazione che l’orrore riguarda realtà politiche e geografiche lontane (ma in realtà non lo sono!) e che l’unico reale motivo di preoccupazione per noi può derivare dagli effetti economici sulla nostra vita quotidiana.

È in gioco invece la libertà dei popoli, non solo di quello invaso – che lotta per la propria sopravvivenza – e di quello costretto ad essere invasore ma, attraverso loro, quella di tutte le nazioni.

E se non c’è libertà tutti gli altri principi di civiltà perdono di senso; gli stessi valori di Diritto e Giustizia – i ”nostri” valori – diventano semplici esercitazioni verbali o, peggio, ipocriti pretesti per consolidare le tirannie.

Le tragedie cui stiamo assistendo ci ricordano che la libertà va sempre protetta; che non può esserci vera pace senza libertà; che difenderla, quando viene messa in pericolo, costituisce un dovere morale assoluto, come ci ricorda l’insegnamento – sempre attuale – di Sandro Pertini.

Ci siamo a lungo adagiati nel considerare scontato e permanente il bene della libertà, ma ora è tempo di impegnarsi, in tutti i modi necessari, per riaffermarne fondamento ed importanza; lo dobbiamo soprattutto per impedire che il suo valore autentico e profondo possa essere allontanato dalle prospettive di vita dei nostri figli e delle nuove generazioni.