Studi per Mario

A un anno dalla scomparsa di Mario Almerighi, le associazioni Sandro Pertini Presidente e Isonomia hanno organizzato, presso l’Aula Magna della Corte Suprema di Cassazione, una giornata di studio in suo ricordo. Coordinati dal presidente Vito D’Ambrosio, relatori di alto prestigio hanno potuto ripercorrere le tappe fondamentali dell’esistenza di un magistrato che ha segnato il corso della magistratura sotto diversi profili. La pubblicazione, grazie alle testimonianze di persone che lo hanno conosciuto e affiancato nel corso delle sue numerose battaglie, rappresenta uno spunto di approfondimento anche per le generazioni future, sottolineando uno spaccato di storia del nostro Paese.

A cura di Valeria Almerighi
Contributi di: Leonardo Agueci, Giovanni Battista Bachelet, Carlo Giuseppe Brusco, Domenico Carcano, Alessandro Cassiani, Fernanda Contri, Enrico De Nicola, Ennio Di Francesco, Vito D’Ambrosio, Mario Fresa, Adelmo Manna, Silvana Mazzocchi, Antonino Ordile, Livia Pomodoro, Celestina Tinelli, Giuseppe Zupo

Il programma del convegno

ASSOCIAZIONE SANDRO PERTINI ISONOMIA

CONVEGNO SU:
“DAL DIRITTO VIGENTE, NAZIONALE E COMUNITARIO, AL DIRITTO VIVENTE”

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Aula OCCORSIO Tribunale penale di Roma Piazzale Clodio
Lunedi’ 30 settembre 2019 – ore 9,30
13,30

PROGRAMMA

Saluti Istituzionali
Introduce Adelmo MANNA
(Professore ordinario di diritto penale presso l’università di Foggia – Avvocato)

Vito D’AMBROSIO

(Presidente Associazione Sandro Pertini – Isonomia già Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione)

interventi programmati

Cesare MIRABELLI (Presidente Emerito – Corte Costituzionale) “Interpretazione e integrazione del diritto: il ruolo dei giuristi”

Roberto Giovanni CONTI (Consigliere Corte Suprema di Cassazione) “Diritti fondamentali e giudici di vecchia e nuova generazione. Doverosità, opportunità o peso?”

Ombretta DI GIOVINE (Prof.ssa di diritto penale Università di Foggia) “La giurisprudenza penale tra distorsioni e obiettivi di politica criminale”

Maria Gabriella LUCCIOLI (già presidente 1° sez. Civile Corte Suprema di Cassazione)

“La tutela dei diritti fondamentali nel diritto vivente e i ritardi della politica”

Luigi STORTONI (Prof. Ordinario di diritto penale Università di Bologna) “La norma penale tra legge e giudice”

CONCLUDE

Leonardo AGUECI

(già Procuratore della Repubblica Aggiunto presso il Tribunale di Palermo)

SARANNO ACCREDITATI DAL CONSIGLIO DEL’ORDINE DEGLI AVVOCATI DI ROMA I CREDITI FORMATIVI

Segreteria organizzativa:
Avv. Rosalba TURCO, Cinzia FERRETTI
Via Gregorio VII°, 269, 00165 Roma Tel 06.39735051 Fax 06.39735699 e-mail: segreteria.isonomia@gmail.com Sito on-line: www.pertinipresidente.it

Quel grumo di…

di Vito D’Ambrosio

30 gennaio 1992 pomeriggio inoltrato. Entra nell’Aula Magna del Palazzaccio a Roma la prima sezione penale della Corte di Cassazione per leggere la sentenza definitiva sul maxi processo contro la mafia istruito da Giovanni Falcone. Il numero di imputati , più di 400, e dei reati contestati allungano assai la lettura, ma orecchie esperte capiscono molto presto che la Suprema Corte ha confermato le conclusioni del pool di magistrati, guidati da Falcone, nel costruire il processo forse più grande del mondo. Dopo la lettura e il ritiro della Corte, nella grandissima confusione tra il pubblico per capire quanto era accaduto, fra ergastoli confermati in massa, qualche annullamento con rinvio e nuovo calcolo delle pene, alcuni giornalisti amici mi chiedono se, come pubblico accusatore, insieme ad altri due colleghi (evento unico per i processi in Cassazione) ed amico personale di Falcone, sono contento della conferma per le sue tesi accusatorie, fondamento della catena di ergastoli ormai definitivi. Dopo essermi guardato dentro con attenzione, rispondo che dietro ad ogni ergastolo c’è un tale enorme grumo di dolore che parlare di contentezza non è concepibile per i rappresentanti delle istituzioni. Anche se dopo un mese di udienze (anche questo caso assai raro) non posso negare una asciutta soddisfazione professionale e la convinzione che l’impegno senza fine di tanti, dimostrato da pochi numeri (oltre 500.000 pagine di documenti, più di 7000 per la sentenza di primo grado e oltre 2000 per quella d’appello) ha portato alla riaffermazione della giustizia nei confronti di chi l’ha ferita tanto ferocemente e lungamente.
Così la pensavo allora. Così la penso oggi.

Due parole su Battisti

di Leonardo Agueci

“L’impegno dello Stato per riportare in Italia Cesare Battisti è stato sacrosanto, se non altro per l’infinito rispetto che si deve alle vittime, ed ai familiari, dei crimini di cui è stato riconosciuto autore. Ma la gestione comunicativa del suo arrivo in Italia, la presenza dei ministri in attesa all’aeroporto (come se si fosse trattato di un Capo di Stato!), il linguaggio terrificante da questi adoperato, il video grottesco e ridondante di retorica del Ministro della Giustizia, la ingiustificata gogna mediatica imposta al condannato, e tante altre facezie che hanno accompagnato questa vicenda, sono state manifestazioni indegne di un paese civile per le quali io stesso, come cittadino italiano e uomo delle Istituzioni, provo una gran vergogna!”

Leonardo Agueci sul caso Salvini-Spataro

L’aspetto più grave della vicenda Spataro-Salvini, a mio parere, non è rappresentato tanto dalle offese rivolte dal Ministro verso la persona di Armando Spataro, che pure dimenticano come quest’ultimo, senza ombra di dubbio, sia da oltre quarant’anni uno dei servitori dello Stato cui l’intero paese deve essere più riconoscente, pensando al suo impegno ininterrotto ed infaticabile nel contrapporsi a tutte le più pericolose ed agguerrite espressioni di criminalità, fin da quando, da giovanissimo uditore con funzioni – a fine anni ’70 – si è trovato ad affrontare da protagonista la terribile stagione del terrorismo delle Brigate Rosse e di Prima Linea, nel momento in cui mieteva vittime anche tra i colleghi a lui più vicini.
E non sta nemmeno nell’oggettivo e rilevante pregiudizio provocato al risultato finale di una imponente operazione di Polizia, per effetto di iniziative intempestive, adottate dal Ministro dell’Interno con inconcepibile imprudenza.
Ciò che allarma è l’atteggiamento di intolleranza verso il Procuratore della Repubblica di Torino, che aveva segnalato istituzionalmente ad un’altra Istituzione criticità emerse nell’ambito delle sue funzioni, ed al quale è stato risposto pubblicamente con frasi sprezzanti come: ”basta parole a sproposito” …”qualcuno farebbe
bene a pensare prima di aprire la bocca”…”se il Procuratore di Torino è stanco, si ritiri dal lavoro”.
Con i toni irridenti adottati verso Armando Spataro, l’on. Salvini in realtà ha pesantemente aggredito l’ufficio da lui rappresentato, manifestando chiaramente – e non è la prima volta – l’intendimento di prevaricare e mortificare i poteri dello Stato da lui non controllabili.
In questo modo il Ministro dell’Interno si pone in netta antitesi con i fondamenti della nostra Costituzione
…. e vengono i brividi al pensiero che ciò può essere solo l’inizio!!!

Leonardo Agueci

Caso Salvini-Spataro: D’Ambrosio su Fb

Quando Salvini avrà lavorato un quarto di Armando Spataro, avrà onorato il suo ufficio con una presenza pari almeno alla metà di quella di Armando e avrà fronteggiato criminalità varie e variamente pericolose per anni, come Armando, allora potrà misurarsi con Spataro. Infine, nel momento in cui Armando andrà in pensione pensavo che solo chi ha violato la legge potesse essere soddisfatto. Mi sbagliavo.
Resta che Torino, ultimamente, non pare un bel posto per l’inquilino del Viminale.

Vito D’Ambrosio

Sul caso Salvini-Spataro

Quando sono in corso operazioni di polizia giudiziaria aventi ad oggetto la esecuzione di ordinanze di custodia cautelare e le stesse non sono concluse è contra legem divulgare anzitempo perché così si realizza la fattispecie di favoreggiamento personale, che potrebbe essere punita anche a titolo di dolo eventuale, tanto è vero che non tutti sono stati catturati. Quanto alla risposta di Salvini a Spataro intravvederei l’oltraggio a p.u. nell’esercizio delle sue funzioni, sicuramente doloso. Il ministro dello interno infatti, con augurare un sereno pensionamento al Procuratore capo di Torino, fa capire che quest’ultimo evidentemente non è quasi più in grado di svolgere correttamente le sue funzioni. Da ultimo il Ministro dell’interno, e ciò è ancor più grave vista la carica rivestita, confonde infine il fermo con la ordinanza in oggetto, mostrando di non conoscerne la differenza, che invece fa parte delle basi più elementari del procedimento penale.

Prof. Adelmo Manna, ord. pen. Univ. Foggia

Per una cultura politica: ciò che siamo, ciò che vogliamo

di VITO D’AMBROSIO

Un articolo di poco tempo fa su un quotidiano autorevole, che voleva descrivere l’attuale situazione italiana, finiva sconsolato citando il famosissimo verso di Montale “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” inteso in senso letterale e non metaforico, come dichiarazione di incapacità descrittiva, data la indeterminatezza del panorama, comunque brutto.

Ma io credo che si possa utilizzare  il verso montaliano in senso costruttivo, sempre con lo stesso scopo – di descrivere una situazione in atto – ma in modo da poter desumere la modifica di quella situazione. Detto più semplicemente, se possiamo dire quello che non siamo e quello che non vogliamo, possiamo però sempre, nello sviluppo del pensiero, chiarire ciò che vorremmo essere e ciò che ci piacerebbe volere.

Ciò che non siamo

Cioè, per continuare questa specie di “gioco”, possiamo cominciare ad affermare con chiarezza che

NON SIAMO soddisfatti del panorama che vediamo intorno a noi in questo percorso preelettorale.

NON SIAMO soddisfatti di questo informe e urlato repertorio di promesse, insulti, accuse ed offese al quale stiamo assistendo da parecchio, ormai e purtroppo.

NON SIAMO disposti a scendere su questa strada  misera e becera, nella quale oltretutto non si vede a un centimetro al di là delle proprie scarpe, ma contemporaneamente il tratto già coperto non ci fa pensare ad un percorso ulteriore diverso.

NON SIAMO rassegnati ad una situazione nella quale si chiede il voto per fede, dietro bandiere straccione e inzaccherate da slogan triti e vuoti, perfettamente inutili, visto che ciò che conta è il capo-padrone-leader, che si propone come pegno e impegno per l’avverarsi di promesse da Paese della Cuccagna, di pinocchiesca memoria.

NON SIAMO così inebetiti da non capire che il gioco di dare sempre la colpa agli altri porta, alla fine, a dividere colpe e meriti sempre per fede, e mai per ragionamenti.

NON SIAMO facili da distrarre, con la tecnica ben nota secondo la quale “ben altri sono i problemi” oppure “sì, deploriamo e condanniamo, però, le vere colpe e responsabilità sono di…

NON SIAMO talmente assordati e distratti da non accorgerci che i problemi veri e drammatici della gran parte dei cittadini vengono al massimo declamati, ma mai approfonditi per essere affrontati a cominciare dalle cause , e non guardando sempre e soltanto. agli effetti.

NON SIAMO impazienti come bambini in attesa di Babbo Natale, ma siamo pazienti e tenaci; tenaci nel ricordare, tenaci nel pretendere che chi ieri ha detto bianco, possa sì oggi dire nero, ma spiegando per bene e convincentemente la sua conversione ad U.

NON SIAMO disposti a portare il cervello all’ammasso, per seguire le parole d’ordine di altri, senza mai controllare la sintonia di quelle parole con le “nostre” parole,  con le “nostre” idee, con le “nostre” coscienze.

NON SIAMO sofisti, e ci riesce impossibile distinguere i disperati che fuggono, a rischio della vita, per non morire uccis i(loro o i loro cari) dalle pallottole di una delle tante guerre alle quali assistiamo e disperati che scappano, ugualmente, per non morire (loro o i loro cari) letteralmente di fame

NON SIAMO violenti, mai, perché sappiamo che la violenza è la scelta di chi spera di compensare così la pochezza e la debolezza delle sue tesi.

E non vogliamo

NON VOGLIAMO sentirci ripetere slogan e parole d’ordine, mentre i problemi della nostra società sono tanto  complessi e intrecciati da richiedere approfondimenti convinti , necessarie basi per progetti progressivi.

NON VOGLIAMO che si continui a rifugiarsi nella vecchia, ma mai abbandonata, teoria degli “opposti estremismi”, per non assumere una posizione chiara, che distingua tra chi tira pugni e chi invece protesta per questa condotta.

NON VOGLIAMO trovarci costretti a cercare traccia, nella campagna elettorale, di problemi come la criminalità organizzata, l’evasione fiscale, la corruzione dilagante, invece (quasi) del tutto assenti nei dibattiti, e sarebbe meglio dire nelle risse sui e dei media.

NON VOGLIAMO  sentire assurdità, come le ipotesi di ulteriori condoni edilizi, per i cosiddetti abusi di necessità, categoria che dovrebbe essere ignota in un paese che ha lasciato massacrare le sue bellezze, godibili da tutti, per l’appetito dei pochi soliti noti.

NON VOGLIAMO lamentele generalizzate per i malfunzionamenti burocratici, senza che nessuno, avendone la responsabilità, si accinga ad una vera riforma, cardine di ogni pensabile progresso futuro dell’Italia.

NON VOGLIAMO che si invochi come un mantra la riforma della giustizia, mentre in realtà si mira ad una riforma della magistratura, che la renda “sensibile” ai richiami ed interessi dei potenti di turno (i giudici come leoni sotto il trono, per usare una nota definizione di Bentham, filosofo e politico inglese del Seicento).

NON VOGLIAMO che continui la attuale contrapposizione tra magistrati e politici, che impatta sulla giustizia, strattonata tra legislatori incapaci e magistrati esposti al rischio del protagonismo mediatico, quando non naufragati nella palude nauseante della corruzione e del mercimonio.

NON VOGLIAMO più che si straparli, si giudichi, si disputi in base a categorie – gli immigrati, i neri, i padroni, gli impiegati pubblici, il pubblico sempre peggio del privato – mentre bisogna sapere che sotto le etichette generali si trovano persone in carne ed ossa, con storie, culture,  condotte diverse,  che molto raramente il bene e il male stanno tutti da una sola parte e che distinguere e discernere non è facile, ma obbligatorio.

NON VOGLIAMO che si continui ad ignorare, quasi sempre in malafede, la distinzione fondamentale tra responsabilità giuridica, accertata giudiziariamente, e responsabilità politica, valutabile da ognuno.

NON VOGLIAMO che – come mi disse una volta un collega svizzero in un convegno internazionale –  per gli italiani “pubblico” significhi di nessuno, mentre invece, al di là delle Alpi, “pubblico” si intende di tutti.

NON VOGLIAMO che si ignorino i pareri, i consigli, le affermazioni di chi conosce una materia, dopo averla studiata e praticata, e si scelga invece di seguire i ciarlatani che abbondano.

NON VOGLIAMO considerare chi la pensa in maniera diversa da noi come un nemico, ma sempre e solo come un avversario, da contrastare anche convintamente, però con gli strumenti della ragione e della democrazia.

E quindi…

Da Montale, quindi, siamo passati ad un elenco, tutt’altro che completo, delle caratteristiche necessarie di una cultura, e di una coscienza, politica.

Che, volendo, si potrebbe sintetizzare in poche frasi:

• la democrazia si nutre di discernimento, cioè di piccoli passi di avvicinamento alla costruzione del famoso (e ormai quasi sempre sfigurato e dimenticato) bene comune. Il discernimento oscilla tra ragioni di pancia e ragioni di testa, mescolate con attenzione, in un equilibrio delicato, mai statico, ma sempre in movimento, secondo i contesti nei quali ci si muove.

• La cultura politica spinge incessantemente e irresistibilmente ad esaminare il fondo delle proposte, degli appelli, delle promesse squadernate nel mercato politico, specie in fasi elettorali.

• Soltanto dopo aver fatto uso con saggezza degli strumenti della cultura, si può entrare, convintamente, però in punta di piedi, nella sfera sottile e delicata  dell’etica,per ripetere, con Kant, “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”.

Così, finalmente, capiremo il significato profondo  sia della definizione di Aristotele “l’uomo animale politico”, sia di quella dell’ ormai prossimo Beato Paolo VI, “la politica é la forma più alta di carità”.

Tratto da: www.meic.net