Contro… “corrente”

1939-2017

di Sergio Materia

Con questo scritto vogliamo ricordare Mario Almerighi. Splendido giudice e uomo sempre con la schiena dritta. Con lui, sotto la sua guida, abbiamo attraversato da magistrati gli anni ottanta e novanta. La crisi della giustizia diventava sempre più evidente e cercavamo risposte. Per noi, per fare del nostro lavoro qualcosa che riscattasse ai nostri stessi occhi l’esercizio di un mestiere che sa anche essere cattivo, freddo, burocratico. Ma soprattutto perché ci sentivamo insieme magistrati e cittadini e decidemmo che non ci bastava, non doveva bastarci, fare come meglio potevamo il nostro mestiere mentre fuori il sistema democratico era squassato dai lasciti del terrorismo, dai poteri occulti e dalla corruzione. E dal tirare a campare di molti che eravamo costretti a chiamare colleghi. Rivendicavamo il diritto di occuparci di politica, nel senso più alto e nobile della parola: lavorare e discutere del nostro lavoro con continua attenzione verso i principi costituzionali, verso gli interessi della collettività dei cittadini.
Mario capì, insieme a noi, che di questa profonda crisi la magistratura non era la soluzione ma una parte importante. La sua grande passione civile, per lui pari solo a quella per il mare, era una componente del suo essere magistrato. Non si poteva essere un buon magistrato senza alzare lo sguardo dalle carte e dai processi e senza preoccuparsi dell’impatto della giurisdizione sulla salute delle istituzioni e della democrazia. La magistratura associata già dalla metà degli anni settanta aveva sposato questa posizione, ma la spinta rinnovatrice si era persa ed era prevalsa una politica associativa fatta di chiusure, pavidità, convenienze, burocratismo, cecità, autotutela. In una parola, fatta di un corporativismo opaco, capace solo di difesa.
Due parole risuonano ancora, piagnucolose e insopportabili, usate in ogni occasione in cui venisse utile fare del vittimismo: “delegittimazione” e “sovraesposizione” (dei magistrati, ovviamente). Si predicavano a parole indipendenza e autonomia (dio solo sa quale sia la differenza) ma poi non si sapeva cosa farne se la parola d’ordine era, in sostanza, quella di non rischiare mai, di non disturbare il manovratore, di comportarsi sempre in modo da non provocare polemiche, interne ed esterne alla corporazione.
Era una situazione soffocante e Mario non solo lo capì presto ma lavorò per trovare una strada nuova. La via maestra era anzitutto quella di un radicalismo etico senza intolleranza e supponenza, e senza scelte aprioristiche di ordine ideologico. Unico riferimento era la Costituzione, troppo a lungo tradita anche tra i magistrati, dalla loro associazione e, per caduta, dal Consiglio Superiore che inevitabilmente, ma non controvoglia, era diretta espressione delle correnti interne alla corporazione.
Oggi è chiaro a tutti quali danni abbia fatto il correntismo. Nate negli anni settanta come opzioni di ordine culturale e politico (nel senso di scelte di fondo sul modo di essere della magistratura) presto le correnti erano diventate uno strumento per esercitare il potere interno alla corporazione. Appartenere in modo fedele ad una o all’altra equivaleva al potersi aspettare al momento opportuno il sostegno per la nomina in un posto direttivo o semidirettivo, o per andare in Cassazione.
Oggi il caso Palamara ha svelato a quali abissi di squallore il potere delle correnti abbia portato. Ma già allora era chiara, per chi volesse vedere, l’esistenza di un patto spartitorio tra le correnti. E poco male se i prescelti fossero spinti in alto dalle correnti (o dai loro esponenti più potenti, più forti elettoralmente) per i loro meriti professionali. Molto più spesso era la sola appartenenza ad un gruppo associativo a fare di un magistrato qualsiasi un candidato imbattibile per il posto cui ambiva. La volta dopo sarebbe toccato ad un’altra corrente scegliere la persona da promuovere. Il patto spartitorio diventava così vero e proprio voto di scambio.
L’importante era (ed è) che l’interessato non fosse incappato in qualche infortunio, che non fosse stato oggetto di polemica per qualche indagine o processo contro qualche personaggio politico o parapolitico. Insomma, che non fosse noto come davvero indipendente e libero da timori reverenziali. Anche perché a lungo il criterio dominante per essere promosso è stato la cosiddetta anzianità senza demerito, che fu applicato anche in occasione della scelta tra Antonino Meli e Giovanni Falcone per la carica di capo dell’ufficio Istruzione di Palermo alla fine degli anni ottanta. E quindi il consiglio implicito ai magistrati era: tenetevi alla larga dai processi che possono crearvi problemi, scegliete la soluzione più conservativa e più conveniente per voi. E così spesso i magistrati per sembrare equilibrati si trasformavano in equilibristi, anche a rischio del ridicolo. E i primi a fare il vuoto intorno a chi si “sovraesponeva” rischiando di “delegittimare” la magistratura erano proprio i colleghi, che volevano continuare a vivere tranquilli aspettando solo di invecchiare per poter finalmente arrivare a comandare qualcosa e per poter avere sulla porta del loro ufficio la scritta “Presidente” o “Procuratore della Repubblica”. Per poter avere la loro fetta di miserabile potere.
Il sistema era diretto dai capicorrente e dai loro stretti seguaci. Non solo negli uffici importanti ma anche in posti di provincia, e forse ancora di più, i capi degli uffici spesso erano personaggi di modestissima qualità professionale ma soprattutto etica e personale, ai quali della giustizia come la Costituzione la richiede importava il giusto, e che forse nemmeno ne capivano il significato.
E’ a tutto questo che Mario si ribellò. E su suo impulso nacque un nuovo gruppo di magistrati che provò a rovesciare la logica dell’appartenenza correntizia. A partire dalla apertura a chi non era magistrato: avvocati, intellettuali, insomma tutti coloro che cercavano non potere o protezione, ma un luogo di discussione, di scambio, di costruzione di una nuova cultura della giurisdizione. Un posto pulito, finalmente.
Si chiamò Movimento per la Giustizia, e già con il nome dimostrava di essere un gruppo aperto, non autoreferenziale ma pronto ad accogliere le opinioni e i contributi dei “laici”. Si scelse di restare all’interno dell’associazione nazionale magistrati per combatterne il degrado dall’interno. Ma dell’associazione vedevamo il limite intrinseco: tante posizioni politico/culturali molto distanti tra di loro non potevano (e non possono ancora oggi, come i fatti hanno dimostrato) che trovare l’unico loro possibile punto d’incontro nell’essere puro e semplice sindacato, quindi nell’essere corporazione, senza respiro e senza idealità che non fossero solo declamate con una retorica insopportabile. Senza fare mai niente che andasse nella direzione di elevare la professionalità e la affidabilità degli appartenenti, ed anzi coprendo sempre questo o quel magistrato che deragliava, e chiudendosi a riccio davanti alle critiche. Era sempre “delegittimazione”.
Dal punto di vista dei risultati elettorali il risultato fu decisamente buono e si riuscì a far eleggere al CSM eccellenti magistrati. Ma il generoso tentativo alla fine è fallito, ed è forse inevitabile che così fosse. Il gruppo ha perso per strada la sua carica innovativa, è diventato una corrente, pur restando immune dal degrado clientelare ed etico delle altre.
Le correnti tradizionali hanno vinto, e se oggi si è arrivati a proporre il sistema dell’estrazione a sorte per il Consiglio Superiore della Magistratura questo equivale alla presa d’atto, da una parte della magistratura, della incapacità del sistema di autoriformarsi, nei comportamenti prima ancora che nella forma.
E siamo arrivati oggi al caso Palamara e a quello che ha scoperchiato. Il caso Palamara non ha dimostrato in maniera evidente a tutti soltanto l’esistenza del sistema spartitorio tra le correnti e i loro vertici. Il caso Palamara (ma dovremmo aggiungere i nomi dei tanti magistrati coinvolti) svela una trama di relazioni illecite che sono all’attenzione della magistratura penale. Svela quello che era già chiarissimo da tanto tempo: l’esistenza di una questione morale nella magistratura. Prima di tutto il resto, fu questo aspetto a far insorgere Mario Almerighi e tutti noi che condividemmo le sue scelte. La cecità della magistratura associata era spregevole soprattutto su questo versante. Prima ancora che preparazione tecnica e professionale, scrivemmo e dicemmo tante volte, al magistrato si richiede un livello di etica personale quantomeno compatibile con il suo mestiere. Per la sua credibilità quando giudica il prossimo, per la tutela agli occhi dei cittadini della dignità della giustizia e delle istituzioni in generale. Perché così deve essere. E invece.
Quando un magistrato finiva sotto indagine o agli arresti per fatti di corruzione o per avere comunque abusato del suo ufficio, mai o quasi mai la reazione tra di noi era di sorpresa e di sconcerto. Noi dicevamo che i magistrati possono fare politica, nel senso alto che si è detto. Qualcuno invece la faceva davvero e nel senso peggiore, fiancheggiando l’uno o l’altro partito o uomo politico con iniziative strumentali. I cosiddetti magistrati “chiacchierati” erano tanti e noti a tutti, fuori e dentro la categoria. Di molti, soprattutto a Roma, era nota l’appartenenza politica, la “vicinanza” a questo o quell’uomo politico. Era noto come avessero pilotato, attraverso un impiego strumentale e intimidatorio dei loro poteri, l’esito di complicate e importanti vicende economico finanziarie.
Era nota la disponibilità alla corruzione.
Per Sergio Castellari, consulente di grandi imprese, ex direttore generale del ministero delle Partecipazioni Statali, trovato morto il 25 febbraio 1993 a Sacrofano vicino Roma, era stato richiesto il carcere da un pubblico ministero che cercava appigli per trasferire da Milano e Roma il processo Enimont. Castellari morendo, probabilmente suicida e sicuramente innocente rispetto alle cervellotiche imputazioni che lo riguardavano, lasciò una lettera: “Non posso accettare di essere inquisito da organi e persone di cui è nota l’ acquiescenza e la connivenza al sistema e la diretta e profonda corruzione”. Nota a tutti, effettivamente. Impossibile non lo fosse agli organi di autogoverno della magistratura che, dopo quell’episodio, promossero a capo di una Procura della Repubblica quel magistrato. Che poi fu arrestato per corruzione e patteggiò la pena dopo una lunghissima custodia cautelare, giustificata tra l’altro dagli artifici con i quali aveva fino ad allora occultato i notevolissimi proventi della corruzione.
E’ un episodio emblematico. La ricaduta finale del corporativismo che diventa cieco perché non vuole, non deve vedere. Che protegge tutti sempre, salvo qualche raro sprovveduto che esagera senza averne il potere e garantirsi le protezioni.
Ma lasciando da parte la vera e propria corruzione, certo è che in cialtroni e bellimbusti la corporazione ha abbondato. Tutti noi ne abbiamo visto all’opera qualcuno. E la conclusione era ed è netta: la capacità professionale conta fino ad un certo punto, la reputazione (quella reale, non quella che risultava dai fascicoli personali sempre pieni solo di elogi) non conta quasi niente. Molto di più conta l’essere cliente e vassallo di quello o quell’altro esponente o sottoesponente di una corrente.
Il solo parlare di una questione morale nella magistratura avrebbe dovuto provocare una ribellione collettiva da parte dei “colleghi” e delle correnti. E invece è sempre prevalsa una reazione di pura conservazione del sistema: Troncare, sopire, minimizzare. E per osmosi l’infezione si è diffusa, si è estesa ai più giovani, ed è stato il disastro. Si è fatto credere ai giovani che fare il giudice senza grilli per la testa seguendo la corrente (in tutti i sensi) è la via normale, quella giusta. E i giovani si sono adeguati volentieri, senza sapere e senza accorgersi che deve esserci una strada migliore. Un’ulteriore esempio di darwinismo sociale.
Per contagio da contatto ravvicinato, per invidia piccolo borghese, per imitazione, i mali della politica peggiore hanno raggiunto la magistratura. E oggi, appunto, il disastro è sotto gli occhi di tutti.
Ma per cosa, poi? Qualcuno ci ha guadagnato in denaro, in opportunità per sé o per i familiari (chi non si preoccupa che i figli trovino lavoro?). Qualcuno ha fatto carriera in politica.
Ma gli altri, tutti gli altri, hanno svenduto la propria dignità (bisogna averne, del resto) in cambio di quasi nulla. Palamara non si è preso con la forza la presidenza dell’ANM. Cosimo Ferri è stato il più votato alle elezioni dell’associazione del 2012 con 1199 voti, il numero più alto di sempre.
Insomma: l’autogoverno della magistratura descritto in costituzione era ed è il sistema migliore, ma quello che abbiamo conosciuto e visto all’opera è stato pessimo. Parafrasando Winston Churchill, l’autogoverno è il peggior sistema possibile, ma non ce n’è uno migliore. La Costituzione anche su questo è stata tradita, e non sarà facile rimediare.
Oggi è definitivamente chiaro che i danni non sono stati solo per qualche magistrato o per una giusta assegnazione di posti. Il danno, enorme, è stato per tutta la categoria. E a cadere, ovviamente, lo è stato per la qualità della giurisdizione e quindi per la collettività. Forse è ingiusto ed eccessivo parlare di complessiva inaffidabilità della magistratura, perché ci sono certamente persone che lavorano seriamente. Ma di sicuro la categoria oggi avrebbe bisogno di un profondo esame collettivo di coscienza che invece, come è evidente, è incapace di fare.

Di fronte a questo quadro oggi Mario Almerighi avrebbe l’amara ma grande soddisfazione di poter dire: perché non avete voluto vedere e ascoltare chi vi indicava il vero? E direbbe anche: la magistratura questa vergogna la merita tutta.
E’ stata compromessa la qualità della funzione giudiziaria che ha per i cittadini una valenza anche simbolica fondamentale. Una sentenza giusta è un omaggio alla democrazia, una ingiusta, anche riguardi un piccolo fatto di periferia, è una ferita che anche dopo anni resta aperta. Bisogna evitare in ogni modo che ad impersonare la giustizia siano persone men che limpide, mediocri, pronte al compromesso o a scegliere non la via più giusta ma la più comoda per se stessi. Forse i magistrati così non sono tanti, ma sono comunque troppi.
Scrivendo di Mario e di queste cose, anche per chi ha visto scadere il proprio tempo l’emozione è forte. Lui ha dimostrato anche da giudice cosa vuol dire la schiena dritta e l’onestà intellettuale, il coraggio di andare controcorrente in nome di un interesse collettivo che pochi con lui vollero vedere. Basta leggere la bellissima avventura processuale che Mario ha raccontato nel suo “Mistero di Stato”, un libro del 2010 sul processo per la morte dell’ispettore di polizia Samuele Donatoni durante il sequestro di Giuseppe Soffiantini.
Ecco: Mario era un grande giudice perché coglieva in modo naturale la drammaticità del giudicare, perché di un processo vedeva gli angoli più nascosti e più scomodi. Di un processo, come della realtà politico istituzionale nella quale viveva, si faceva carico fino in fondo come il giudice deve sempre fare, non cercando mai le soluzioni più comode ma quelle più giuste, nei limiti in cui la vera e originaria giustizia riesce ad entrare in un’aula di giustizia. Ma questo è un discorso più grande di noi.

Il degrado dell’ANM e dell’autogoverno nel suo complesso non ha soltanto determinato guasti interni alla corporazione, ma si è esteso per contagio a tutti gli aspetti della giurisdizione. E oggi, anche se per incanto i mali dell’ANM fossero sanati di un colpo, ci troveremmo di fronte ad un panorama di macerie e di questioni irrisolte.
Come Mario Almerighi sosteneva negli anni ottanta e novanta, mentre le correnti si dedicavano solo alle loro operazioni di bassa cucina nessuno si preoccupava di indirizzare la magistratura e la giustizia verso l’attuazione dei principi costituzionali. Nessuno spiegava ai magistrati, né prima né dopo il concorso, cosa dovesse significare esserlo e lavorare in nome del popolo italiano. Nessuna politica di indirizzo, tutto era ed è lasciato alla libera interpretazione del singolo. E dunque tutto era ed è consentito quanto al modo di essere, prima ancora che di fare ed operare dei magistrati. Sarebbe bastato ricordare Piero Calamandrei o anche Dante Troisi, e insegnare quelle riflessioni prima ancora delle regole del diritto. E poi valutare i magistrati anche in base al modo di esserlo e non solo in base a singoli episodi.
Mario sosteneva che dovesse essere il Consiglio Superiore, quale vertice del sistema di autogoverno, a farsi scuola di vita professionale per i magistrati, a dettare non certo regole rigide di condotta ma linee guida. Una corporazione che non vuole o non è capace di ragionare sul proprio modo di essere e dover essere è cieca e sorda e finisce per immiserirsi.
Ma il concetto di autonomia e di indipendenza è stato distorto e strumentalizzato a tal punto che anche discutere di questi temi era giudicato inammissibile per lesa maestà. E così, diceva Mario, l’indipendenza è diventata arbitrio e ognuno vive il mestiere del giudice come ritiene meglio o, peggio, come gli conviene. Ed è successo che autentici malfattori (a Roma gli esempi potrebbero essere tanti) hanno “liberamente” interpretato il loro ruolo facendone un supporto ai propri o – peggio – altrui disegni di potere, nel silenzio complice degli organi del cosiddetto autogoverno.
Certo, per una utile discussione su questi aspetti un utile interlocutore era la politica. Ma da quel fronte non c’era – né allora né in seguito – nessuna intenzione o forse nessuna capacità di affrontare il tema. E’ sempre stato molto più conveniente avere a che fare con una magistratura tutto sommato non autorevole, utilizzandone le contraddizioni, i contrasti interni e gli insuccessi. E screditandola anche attraverso i media, anche trovando il modo di ritornare con enfasi su casi di cronaca già decisi in via definitiva ma insinuando il dubbio di errori giudiziari.
Per tutto questo è sempre mancata una vera proposta politica in tema di giustizia. Come sappiamo si è inseguita l’emergenza, con interventi raffazzonati sui codici soprattutto per rimediare alla interminabile durata dei processi civili e penali.
Ma così ogni magistrato è rimasto solo, se ne ha voglia e ne è capace, a ragionare sul senso del suo mestiere. Non è facile, non solo perché la materia è sostanzialmente un’intrusa e “non rientra nel programma”. Però se non lo fai il senso del mestiere di giudice si esaurisce nell’atto stesso di farlo, e questo vuol dire alienazione.
Questo tra l’altro comporta una inversione di senso per cui il diritto diventa non più una sovrastruttura ma un “a priori”. La realtà è letta in base al diritto, il giudizio sui fatti deve partire (secondo il popolo italiano?) anzitutto da una valutazione giuridica. Le altre letture della realtà sono profane. In barba, tra l’altro, al principio di tipicità degli illeciti penali. Di qui tanti “teoremi” giudiziari che sono tali, prima ancora che sul piano della prova, su quello dell’interpretazione storica e giudiziaria e del fatto. Una dimostrazione di hybris oltre che di ignoranza. E infatti il pubblico ministero che di volta in volta è autore e promotore del teorema (nel senso che ora si è detto) verso chi dubita rivolge tutta la sua sarcastica supponenza e il suo implicito disprezzo, se non addirittura l’accusa di essere dalla parte del male. Non solo fino all’immancabile crollo giudiziario della sua creatura, ma anche dopo.
Era a tutto questo che la proposta di Mario Almerighi e dei suoi compagni di strada intendeva ovviare. Senza aspettative miracolistiche, ma con l’intenzione di fare dei magistrati una categoria con una propria cultura collettiva e una propria coscienza critica.
Non era un compito facile. La base di partenza non era (e non è) favorevole. La crescita della consapevolezza di sé viene dal confronto, ma il giudice non è abituato a mettersi in discussione e comunque questo non è previsto dalla sua collocazione istituzionale.
Il lavoro del giudice non prevede un confronto dialettico né con la realtà né con gli altri, salvo i casi di decisione collegiale che però riguarda solo il singolo caso; non è un lavoro che preveda dialogo, confronto e tanto meno, e soprattutto, verifiche esterne all’esame del singolo caso. E’ un lavoro ex cathedra, perché così deve essere. Se è così, il lavoro del giudice rischia di tenerlo per un’intera vita professionale in un equivoco sulle proprie capacità, credibilità, affidabilità, serietà.
E rischia di generare nella persona del giudice una lunga illusione e molta presunzione. Un po’ diverso forse è per il pubblico ministero, che deve almeno confrontarsi anche se non dialogare.
Ecco perché solo collettivamente i magistrati potrebbero, e le loro istituzione dovrebbero, individuare sedi e modi per una discussione interna alla corporazione. In fondo l’attività giudiziaria è parte delle politiche sociali, nel senso che è una delle sedi privilegiate per l’affermazione del principio di uguaglianza come è previsto dal secondo comma dell’art. 3 della costituzione. Questo compito spetterebbe all’ ANM, che pretende di non essere semplice sindacato. Ma soprattutto al CSM, invece sordo e incapace.
Una discussione del genere servirebbe anche come necessaria base di partenza dei dibattiti sulle riforme ordinamentali: che cosa vogliamo dalla giustizia? Che processi vogliamo, e dunque che giudici vogliamo? Domande che sembrano ovvie ma che nessuno si fa.
Si può fare anche un’altra considerazione, e non è detto che sia solo una boutade. Tutti consideriamo ovvio che il lavoro dei giudici sia orientato dalla giurisprudenza, che dà punti di riferimento per come interpretare le leggi. Nessuna imposizione, ma indicazioni su come fare. Non sarebbe altrettanto normale che l’organo di autogoverno desse indicazioni sul come essere dei giudici? E non basta la giurisprudenza disciplinare, che dice solo cosa “non” fare e indirettamente come non essere. E lo dice dopo.
Una vera e profonda riforma della giustizia non può essere solo riforma dei codici o dell’Ordinamento giudiziario o del CSM. Il caso Palamara è la riprova che bisogna risanare andando in profondità, affidandosi a giuristi di altissimo livello ma anche a studiosi delle istituzioni politiche.
Quella di Mario e dei suoi compagni di strada sembrò allora una bestemmia. E’ vero, erano anni in cui la magistratura era sotto attacco, la politica peggiore e i poteri occulti e criminali lavoravano per liberarsi del controllo giudiziario, ma proprio per questo sarebbe stato necessario un salto di qualità sul piano culturale e istituzionale. Invece non si andò oltre la solita reazione corporativa. Non si volle vedere che i migliori alleati dei poteri occulti e criminali che attaccavano le istituzioni erano proprio nei palazzi di giustizia. E siamo arrivati ad oggi.

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