Per Mario

di Vito D’Ambrosio

1939-2017

di Vito D’Ambrosio

Negli armadi della memoria ci sono, a volte, nomi che si portano dietro una faccia, una persona, una storia.
Io conosco una marea di Mario, ma quando sento questo nome mi torna in mente ,subito, Il viso di Mario Almerighi, il suo sorriso, il caratteristico intercalare i discorsi con raschi di gola, dovuti non alla pipa, che fumava da quando aveva dovuto smettere con le sigarette, ma, secondo me, alla ricerca degli argomenti giusti per convincere l’interlocutore.
Avevo conosciuto Mario nel 1976, nel corso di una campagna elettorale per il CSM, quando era candidato, come me, per la categoria dei magistrati di tribunale. Quindi era un mio diretto concorrente, e la cosa non mi faceva piacere, vista la sua fresca ed ampia notorietà per lo scandalo dei petroli. Inoltre il suo essere l’antesignano della categoria dei “ pretori d’assalto” aumentava le sue possibilità elettorali, ulteriormente favorite dal sostegno aperto di Beria d’Argentine e Livia Pomodoro.
Quindi c’erano tutti gli elementi per la nascita di una mia profonda antipatia nei suoi confronti.
Ma, nel corso del folle giro d’Italia nel quale, all’epoca, si sostanziava la campagna elettorale, riuscii a conoscere Mario e a cancellare il germe dell’antipatia. Quel ragazzone sveglio, con gli occhi color del mare, che faceva i discorsi rituali di ogni elezione con un tono di convincimento e condivisione profondi, che portava con scioltezza il carico di notorietà suo inseparabile compagno, mi spiazzò presto, smontando la mia iniziale ritrosia. Inoltre la coincidenza degli interessi professionali, e della posizione verso una Associazione Magistrati nella quale stava già per iniziare la trasformazione delle correnti in apparati non refrattari a tendenze corporative, trasformò il rapporto tra Mario e me in una amicizia che ha retto per tutta la restante parte della sua vita, e che per me continua ancora, visto che Mario, come Giuliana, lo sento ancora qualche volta presente.
Mario, come era assolutamente prevedibile, fu eletto e iniziò le sue battaglie per una magistratura eticamente almeno accettabile, e si trovò subito di fronte ad un problema che nessuno ancora è stato in grado di risolvere, quello dei pareri che allora erano necessari per i vari incombenti di carriera. Ricordo ancora bene che una volta mi chiamò per chiedermi maggiori elementi giustificativi di un parere perplesso su un uditore (magistrato in tirocinio), sul quale tutti gli altri colleghi affidatari si erano espressi favorevolmente. I miei chiarimenti lo trovarono concorde, ma cauto sulle possibilità di un accoglimento da parte del CSM, cosa che anche qui prevedibilmente si avverò nel senso peggiore. Seguivo Mario a sprazzi, entrambi affogati dai rispettivi impegni lavorativi; soltanto per caso seppi del suo ricovero ospedaliero per una brutta ulcera dopo la fine dell’esperienza nel CSM : chiedendogli come mai si fosse convertito alla pipa, mi confidò che in ospedale gli avevano severamente proibito le sigarette. Tornò a Genova, dove, come constatai personalmente, aveva intessuto stretti rapporti di amicizia con molti dei magistrati giovani, oltre ai suoi due “gemelli d’assalto” Sansa e Brusco, che sono rimasti sempre suoi amici.
Continuammo a sentirci e a vederci nelle numerose riunioni della “corrente” alla quale entrambi appartenevamo, trovandoci sempre, o quasi, dalla stessa parte fermamente convinti che le crescenti tendenze corporative andavano contrastate vigorosamente, e sul punto raccoglievamo non molte adesioni, però pienamente convinte. Proprio su un caso importante, l’elezione del presidente della ANM, che scoppiò con tutta la potenza dell’appena pubblica vicenda della P2, decidemmo di esporre apertamente una posizione critica, stilando un documento, firmato da sei di noi. Per stampare il documento Mario si rivolse ad una tipografia sotto casa sua, che gli propose di utilizzare carta verde, per il risparmio sui costi e per la penuria momentanea di carta bianca. Nacque ,così, un movimento di protesta che, per il colore della carta e per dare sfogo ad una forte risentimento della maggioranza della correte, fu battezzato” dei verdi”, del quale Mario, per la sua preminente posizione personale e politica, fu “proclamato” rappresentante e presidente da tutti noi, nel frattempo cresciuti di numero.
Intanto io fui eletto al CSM e Mario raccontò a tutti, per anni, che avevo rifiutato un “apparentamento” con altro discusso candidato, circostanza che non io, ma appunto lui sventolò come segno di solida dirittura morale.
Durante il mio quadriennio consiliare il rapporto con Mario diventò sempre più forte, intessuto anche dei reciproci aggiornamenti sulle questioni più importanti che dovevamo (tentare di) risolvere io al CSM, e il mio amico all’ufficio istruzione del tribunale di Roma, al quale era stato destinato dopo il trasferimento da Genova. Ma l’amicizia si allargò sempre più ai rapporti personali, tanto che fui invitato, con pochi altri, al matrimonio di Mario e Susanna, nel quale portarono gli anelli i loro figli, Valeria e Dario. In un momento nel quale, un po’ stanco, anche per l’omicidio di Falcone e Borsellino, amici carissimi di Mario e miei, chiesi ed ottenni il “prestito” alla politica, e per dieci anni fui presidente della Regione Marche, Mario attraversò uno dei passaggi più brutti della sua esperienza di politica della magistratura. Eletto, infatti, Presidente della ANM, rilasciò, sotto il vincolo del segreto, ad una giornalista una dichiarazione sulla nomina a Ministro della Giustizia di un parlamentare, la cui candidatura sembrava fortissima. La giornalista pubblicò la dichiarazione, distorcendo totalmente il pensiero di Mario, e Almerighi finì dritto dentro una tempesta politico-correntizia, che lo indusse – o costrinse – alle dimissioni, vedendo rarefarsi amici considerati fidati, e subendo pressioni fortissime da colleghe e colleghi, quasi certamente ispirate da importanti soggetti politici. Mario ricorse al giudice competente (Perugia) ed ottenne una sentenza riparatrice dalla Corte d’Appello del 2009, confermata alla Cassazione nel 2012, con la quale Il Corriere della Sera, il suo direttore protempore De Bortoli e la giornalista Calabrò furono condannati a pagare al ricorrente la somma di € 50.000 di danni per lesione grave della sua identità personale. Ma il danno era stato già arrecato irreparabilmente.
Mario reagì a questa situazione molto sgradevole abbandonando l’ ANM, con la quale non ebbe più rapporti (la sua sardità glielo impedì) e fondando altre associazioni, sempre impegnate a rendere il compito della magistratura un servizio alla collettività e non soltanto l’esercizio di un potere personale (finalità nella quale coinvolse anche altri operatori del diritto, avvocati e studiosi, tentando perfino una apertura verso la società civile, che non doveva disinteressarsi).
Ma un altro impegno entrò nella vita di Mario, quello di tradurre le sue esperienze in narrazioni, e i suoi libri furono, tutti, intessuti di esperienze vissute, e tutti frutto della convinzione del loro autore di sollevare la soffocante coperta del segreto su alcuni snodi cruciali della società italiana. Leggendoli, al di là dello schermo narrativo, io vedevo Mario, pipa in bocca e incontri a raffica con amici, giornalisti, magistrati, avvocati, rappresentanti di associazioni analoghe. Solo lo scrittore Almerighi poté assorbire, con la giusta amarezza e non di più, la brutta esperienza della mancata riconferma alla presidenza del tribunale di Civitavecchia, ottenuta trionfalmente e bruciata per un atteggiamento per niente permissivo verso una situazione locale assai discutibile.
Era, il nostro rapporto, incardinato nella normalità quotidiana quando una sua telefonata mi sbalzò di sella; mi comunicava la scoperta di un tumore ad un organo, che io sapevo essere molto refrattario a qualunque contrasto, sia medico, sia chirurgico, al quale Mario decise di sottoporsi. Una mancanza di notizie mi illuse, ma poi la verità schiantò ogni mia speranza, fino all’ultima visita all’amico morente, con pochissimi colleghi/amici.
Mario è morto, ma non per noi, non per me. Rimane esempio di rara capacità professionale, di una ancora più rara, purtroppo, dirittura morale, e ancora, di una amicizia duratura, sincera, leale, come proprio era lui.
Cercheremo non tanto di commemorarlo, ma di seguirne la pista, noi che gli abbiamo voluto bene, con Susanna, Valeria e Dario ( ed anche Lampo, và) con l’affetto di sempre.
Una gran bella esperienza, avere avuto per amico Mario Almerighi.

Ancona, 22 marzo 2021.

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