Per Mario

di Vito D’Ambrosio

1939-2017

di Vito D’Ambrosio

Negli armadi della memoria ci sono, a volte, nomi che si portano dietro una faccia, una persona, una storia.
Io conosco una marea di Mario, ma quando sento questo nome mi torna in mente ,subito, Il viso di Mario Almerighi, il suo sorriso, il caratteristico intercalare i discorsi con raschi di gola, dovuti non alla pipa, che fumava da quando aveva dovuto smettere con le sigarette, ma, secondo me, alla ricerca degli argomenti giusti per convincere l’interlocutore.
Avevo conosciuto Mario nel 1976, nel corso di una campagna elettorale per il CSM, quando era candidato, come me, per la categoria dei magistrati di tribunale. Quindi era un mio diretto concorrente, e la cosa non mi faceva piacere, vista la sua fresca ed ampia notorietà per lo scandalo dei petroli. Inoltre il suo essere l’antesignano della categoria dei “ pretori d’assalto” aumentava le sue possibilità elettorali, ulteriormente favorite dal sostegno aperto di Beria d’Argentine e Livia Pomodoro.
Quindi c’erano tutti gli elementi per la nascita di una mia profonda antipatia nei suoi confronti.
Ma, nel corso del folle giro d’Italia nel quale, all’epoca, si sostanziava la campagna elettorale, riuscii a conoscere Mario e a cancellare il germe dell’antipatia. Quel ragazzone sveglio, con gli occhi color del mare, che faceva i discorsi rituali di ogni elezione con un tono di convincimento e condivisione profondi, che portava con scioltezza il carico di notorietà suo inseparabile compagno, mi spiazzò presto, smontando la mia iniziale ritrosia. Inoltre la coincidenza degli interessi professionali, e della posizione verso una Associazione Magistrati nella quale stava già per iniziare la trasformazione delle correnti in apparati non refrattari a tendenze corporative, trasformò il rapporto tra Mario e me in una amicizia che ha retto per tutta la restante parte della sua vita, e che per me continua ancora, visto che Mario, come Giuliana, lo sento ancora qualche volta presente.
Mario, come era assolutamente prevedibile, fu eletto e iniziò le sue battaglie per una magistratura eticamente almeno accettabile, e si trovò subito di fronte ad un problema che nessuno ancora è stato in grado di risolvere, quello dei pareri che allora erano necessari per i vari incombenti di carriera. Ricordo ancora bene che una volta mi chiamò per chiedermi maggiori elementi giustificativi di un parere perplesso su un uditore (magistrato in tirocinio), sul quale tutti gli altri colleghi affidatari si erano espressi favorevolmente. I miei chiarimenti lo trovarono concorde, ma cauto sulle possibilità di un accoglimento da parte del CSM, cosa che anche qui prevedibilmente si avverò nel senso peggiore. Seguivo Mario a sprazzi, entrambi affogati dai rispettivi impegni lavorativi; soltanto per caso seppi del suo ricovero ospedaliero per una brutta ulcera dopo la fine dell’esperienza nel CSM : chiedendogli come mai si fosse convertito alla pipa, mi confidò che in ospedale gli avevano severamente proibito le sigarette. Tornò a Genova, dove, come constatai personalmente, aveva intessuto stretti rapporti di amicizia con molti dei magistrati giovani, oltre ai suoi due “gemelli d’assalto” Sansa e Brusco, che sono rimasti sempre suoi amici.
Continuammo a sentirci e a vederci nelle numerose riunioni della “corrente” alla quale entrambi appartenevamo, trovandoci sempre, o quasi, dalla stessa parte fermamente convinti che le crescenti tendenze corporative andavano contrastate vigorosamente, e sul punto raccoglievamo non molte adesioni, però pienamente convinte. Proprio su un caso importante, l’elezione del presidente della ANM, che scoppiò con tutta la potenza dell’appena pubblica vicenda della P2, decidemmo di esporre apertamente una posizione critica, stilando un documento, firmato da sei di noi. Per stampare il documento Mario si rivolse ad una tipografia sotto casa sua, che gli propose di utilizzare carta verde, per il risparmio sui costi e per la penuria momentanea di carta bianca. Nacque ,così, un movimento di protesta che, per il colore della carta e per dare sfogo ad una forte risentimento della maggioranza della correte, fu battezzato” dei verdi”, del quale Mario, per la sua preminente posizione personale e politica, fu “proclamato” rappresentante e presidente da tutti noi, nel frattempo cresciuti di numero.
Intanto io fui eletto al CSM e Mario raccontò a tutti, per anni, che avevo rifiutato un “apparentamento” con altro discusso candidato, circostanza che non io, ma appunto lui sventolò come segno di solida dirittura morale.
Durante il mio quadriennio consiliare il rapporto con Mario diventò sempre più forte, intessuto anche dei reciproci aggiornamenti sulle questioni più importanti che dovevamo (tentare di) risolvere io al CSM, e il mio amico all’ufficio istruzione del tribunale di Roma, al quale era stato destinato dopo il trasferimento da Genova. Ma l’amicizia si allargò sempre più ai rapporti personali, tanto che fui invitato, con pochi altri, al matrimonio di Mario e Susanna, nel quale portarono gli anelli i loro figli, Valeria e Dario. In un momento nel quale, un po’ stanco, anche per l’omicidio di Falcone e Borsellino, amici carissimi di Mario e miei, chiesi ed ottenni il “prestito” alla politica, e per dieci anni fui presidente della Regione Marche, Mario attraversò uno dei passaggi più brutti della sua esperienza di politica della magistratura. Eletto, infatti, Presidente della ANM, rilasciò, sotto il vincolo del segreto, ad una giornalista una dichiarazione sulla nomina a Ministro della Giustizia di un parlamentare, la cui candidatura sembrava fortissima. La giornalista pubblicò la dichiarazione, distorcendo totalmente il pensiero di Mario, e Almerighi finì dritto dentro una tempesta politico-correntizia, che lo indusse – o costrinse – alle dimissioni, vedendo rarefarsi amici considerati fidati, e subendo pressioni fortissime da colleghe e colleghi, quasi certamente ispirate da importanti soggetti politici. Mario ricorse al giudice competente (Perugia) ed ottenne una sentenza riparatrice dalla Corte d’Appello del 2009, confermata alla Cassazione nel 2012, con la quale Il Corriere della Sera, il suo direttore protempore De Bortoli e la giornalista Calabrò furono condannati a pagare al ricorrente la somma di € 50.000 di danni per lesione grave della sua identità personale. Ma il danno era stato già arrecato irreparabilmente.
Mario reagì a questa situazione molto sgradevole abbandonando l’ ANM, con la quale non ebbe più rapporti (la sua sardità glielo impedì) e fondando altre associazioni, sempre impegnate a rendere il compito della magistratura un servizio alla collettività e non soltanto l’esercizio di un potere personale (finalità nella quale coinvolse anche altri operatori del diritto, avvocati e studiosi, tentando perfino una apertura verso la società civile, che non doveva disinteressarsi).
Ma un altro impegno entrò nella vita di Mario, quello di tradurre le sue esperienze in narrazioni, e i suoi libri furono, tutti, intessuti di esperienze vissute, e tutti frutto della convinzione del loro autore di sollevare la soffocante coperta del segreto su alcuni snodi cruciali della società italiana. Leggendoli, al di là dello schermo narrativo, io vedevo Mario, pipa in bocca e incontri a raffica con amici, giornalisti, magistrati, avvocati, rappresentanti di associazioni analoghe. Solo lo scrittore Almerighi poté assorbire, con la giusta amarezza e non di più, la brutta esperienza della mancata riconferma alla presidenza del tribunale di Civitavecchia, ottenuta trionfalmente e bruciata per un atteggiamento per niente permissivo verso una situazione locale assai discutibile.
Era, il nostro rapporto, incardinato nella normalità quotidiana quando una sua telefonata mi sbalzò di sella; mi comunicava la scoperta di un tumore ad un organo, che io sapevo essere molto refrattario a qualunque contrasto, sia medico, sia chirurgico, al quale Mario decise di sottoporsi. Una mancanza di notizie mi illuse, ma poi la verità schiantò ogni mia speranza, fino all’ultima visita all’amico morente, con pochissimi colleghi/amici.
Mario è morto, ma non per noi, non per me. Rimane esempio di rara capacità professionale, di una ancora più rara, purtroppo, dirittura morale, e ancora, di una amicizia duratura, sincera, leale, come proprio era lui.
Cercheremo non tanto di commemorarlo, ma di seguirne la pista, noi che gli abbiamo voluto bene, con Susanna, Valeria e Dario ( ed anche Lampo, và) con l’affetto di sempre.
Una gran bella esperienza, avere avuto per amico Mario Almerighi.

Ancona, 22 marzo 2021.

Risalire la china

1939-2017

di Leonardo Agueci

In un articolo del giugno 1998, Mario Almerighi – nel tracciare il bilancio dei dieci anni dalla nascita del Movimento per la Giustizia scriveva che: “…La difesa della indipendenza e della autonomia della magistratura era in gran parte difesa di una scatola vuota dentro la quale ciascun giudice è pressoché arbitro assoluto di mettervi dentro il massimo della sua professionalità e della sua responsabilità fino al rischio della vita o il suo esatto contrario, fino al rischio della galera…”
E ancora, parlando dell’associazionismo in magistratura, osservava che “…la rappresentanza aveva perso il suo significato più nobile della delega controllata con riguardo all’aspetto contenutistico per adagiarsi su aspetti ricollegabili a logiche assistenziali di appartenenza amicale, d’ufficio, regionalistica o fondata su atteggiamenti fideistici…,” e, a proposito del Consiglio Superiore della Magistratura, rilevava che“…troppo spesso la gestione del CSM anziché essere improntata al criterio dell’uomo giusto al posto giusto era assai spesso caratterizzata dalla politica della maglia giusta nel posto sbagliato…” .
Oggi sarebbe fin troppo facile osservare come questa analisi – che peraltro, quando fu scritta, si riferiva alla situazione di 10 anni prima – presenti ancora caratteri di attualità, anche dopo altri ventidue anni, ma non sarebbe una conclusione esatta perché attualmente le cose sono decisamente peggiorate.
Il quadro desolante che è stato offerto dalla magistratura e dal suo organo di autogoverno con il “caso Palamara” rivela difatti come le criticità a suo tempo denunziate sono diventate distorsioni gravissime, si spera non irreparabili, dell’intero sistema e della sua reale rispondenza, nei fatti, al modello disegnato dalla Carta Costituzionale.
Un ripasso dei principi sembra allora opportuno.
La nostra Costituzione, nel configurare l’indipendenza della funzione giudiziaria, aveva rilevato la necessità di mettere al riparo il giudice da condizionamenti esterni, idonei ad incidere sul suo status professionale e quindi sulla sua vita reale.
Da ciò la determinazione di attribuire in modo esclusivo la gestione, in tutti i suoi momenti, della vita professionale del magistrato ad un apposito organismo, il Consiglio Superiore della Magistratura, formato in maggioranza da magistrati, eletti dalla stessa magistratura ordinaria, e ciò al fine specifico di garantire al meglio – attraverso l’autogoverno – l’indipendenza, sia del singolo giudice, sia dell’Ordine Giudiziario nel suo complesso, proteggendola da interferenze e condizionamenti provenienti da ogni genere di strutture e poteri, pubblici e privati, palesi e occulti.
Il fondamento di tale scelta si colloca chiaramente nella convinzione che la magistratura, attraverso i suoi rappresentanti eletti, fossa autonomamente in grado di applicare rigorosamente il principio fondamentale di esclusivo assoggettamento alla legge (art. 101 Costituz.) anche alla propria organizzazione interna.
In particolare poi, tenuto conto che i compiti più significativi assegnati al CSM (in particolare le nomine per gli uffici direttivi e semidirettivi) prevedono continue valutazioni comparative e discrezionali, si riteneva che l’autogoverno potesse garantire che le scelte si fondassero su esclusivi e reali elementi oggettivi e di merito professionale.
Fin dagli anni ’80 però era stato facile constatare come tale obiettivo fosse lontano dalla sua effettiva attuazione e ciò era stato costante oggetto di riflessione da parte di Mario Almerighi e del gruppo di colleghi a lui vicini, a partire da quando avevano iniziato a riunirsi per poi dar vita al Movimento per la Giustizia (aprile 1988), che difatti ha avuto, tra le sue ragioni fondanti, proprio la denunzia della involuzione delle correnti dell’ANM e della loro trasformazione in gruppi di potere.
Invero già all’epoca appariva chiaro come le correnti, nate all’interno dell’Associazione Nazionale Magistrati come espressioni di diverse e spesso contrapposte idee sull’esercizio della Giurisdizione, fossero divenute potenti strutture in grado di condizionare fortemente, e spesso determinare, le scelte di concreta attuazione dell’autogoverno.
In realtà l’organizzazione del consenso elettorale, del quale le correnti erano nate come legittime titolari, si era col tempo trasferita dal dibattito sulle idee, alle offerte – più o meno esplicite – di protezione ed assistenza al singolo magistrato elettore per il raggiungimento delle aspirazioni individuali, da ottenere, se necessario, in barba a qualsiasi oggettivo criterio.
Si offriva, da una parte, una sorta di polizza assicurativa cui potere ricorrere nei momenti critici della propria carriera, dall’altra un percorso privilegiato – col tempo divenuto indispensabile – per accedere a qualsiasi nomina od incarico, oggetto di designazione da parte del CSM.
Si è così sempre più sviluppata, all’interno della magistratura, accanto alla ordinaria carriera professionale, una carriera parallela, consistente in incarichi e militanza all’interno delle correnti, che permetteva – nei casi ordinari – di acquisire meriti e visibilità da sfruttare poi al momento opportuno e – per coloro che riuscivano anche a raggiungere una posizione di leadership, sia pure in ambito locale – di gestire, in concreto, una consistente fetta di potere nei confronti degli altri colleghi.
Tutto ciò, naturalmente, a scapito di quei magistrati che non avevano tempo e voglia di dedicarsi a questo genere di attività (in genere perché impegnati a tempo pieno sul lavoro!); proprio quelli che, per usare le parole di Mario Almerighi, mettevano sul lavoro “…il massimo della professionalità e della responsabilità fino al rischio della vita…”.
La degenerazione del sistema correntizio si è così inevitabilmente riversata sul CSM che, sottoposto a condizionamenti dai quali non è mai riuscito ad affrancarsi, ha visto man mano attenuarsi nei fatti la funzione di massimo organo di garanzia dell’indipendenza dei magistrati e di difesa da ogni interferenza sull’esercizio delle funzioni giudiziarie, per trasformarsi spesso in una sorta di consiglio di amministrazione, governato da trattative ed accordi e destinato – in molti casi – ad avallare decisioni maturate altrove.
La responsabilità di tale progressiva involuzione deve necessariamente essere attribuita, benché in misura tra loro sensibilmente diversa, a tutte le componenti del CSM, e dunque anche a quelle che, se pure non hanno mancato – nel corso degli anni – di denunziato le contraddizioni del sistema non sono state poi capaci di tradurre tali denunzie in condotte concrete.
Ciò è avvenuto per effetto di fenomeni di trasformismo e di omologazione che hanno interessato tutti i gruppi associativi.
E’ avvenuto in particolare che le idee, costituenti il patrimonio iniziale del Movimento per la Giustizia e volte tra l’altro ad assegnare al CSM funzioni sia di garante istituzionale dell’indipendenza dei giudici, sia di promotore del loro forte impegno professionale indirizzato all’esercizio effettivo del controllo di legalità in ogni contesto (a partire da quello interno) ed alla conseguente tutela dei diritti individuali e collettivi dei cittadini, sono diventate man mano – almeno nominalmente – patrimonio comune dell’intera magistratura associata.
Ma la loro condivisione formale non è mai stata accompagnata da effettiva applicazione nei fatti, come, nel tempo, è risultato evidente dalle modalità di gestione, da parte del CSM, del conferimento degli incarichi direttivi e semidirettivi.
Se, da una parte, vi è stata una fioritura sempre più dettagliata di circolari e direttive per rendere più personalizzate ed attendibili le valutazioni di professionalità, dall’altra tali valutazioni hanno comunque ricoperto, nella sostanza, un valore secondario rispetto agli accordi che – soprattutto per gli uffici di rilevanza nazionale, ma poi, a cascata, anche per quella di interesse più circoscritto – venivano di volta in volta stretti tra le componenti togate e laiche del Consiglio.
Le nomine sono così divenute sistematico oggetto di trattative, compromessi e reciproci scambi di favori, a cui talvolta non sono state estranee figure esterne al CSM ed all’Ordine Giudiziario ed appartenenti al potere politico od economico.
Tale situazione invero non ha tardato a divenire oggetto di polemiche e di denunzie a tutti i livelli, oltre che di interventi del Giudice Amministrativo, ma nonostante ciò il sistema spartitorio si è sempre più consolidato all’interno del CSM, con il consenso – esplicito o tacito – di tutte le componenti consiliari, comprese quelle minoritarie – come il Movimento per la Giustizia, in seguito confluito in “Area” – in una logica di compromesso, diretta a salvare il salvabile e a cercare almeno di ottenere la “riduzione del danno”.
E dunque il CSM, da organo di garanzia dell’indipendenza dei magistrati e di difesa da ogni interferenza sull’esercizio delle funzioni giudiziarie, è divenuto esso stesso veicolo del condizionamento esercitato dal sistema delle correnti sui singoli magistrati, posti di fronte alla constatazione che lo sviluppo della loro carriera non sarebbe dipeso tanto da obiettive valutazioni sulle loro qualità professionali e sui risultati conseguiti, quanto piuttosto dalla forza della corrente di appartenenza.
Le circostanze ed i dialoghi emersi dalle indagini sul “caso Palamara” ed ormai più volte riportati in ogni genere di pubblicazioni, sono risultate inequivocabili al riguardo.
Ed è stato così naturale – e le stesse indagini ne hanno data ampia conferma – che i gruppi di potere interni alla magistratura si incontrassero con omologhi gruppi esterni e concordassero con questi iniziative ed azioni comuni, dirette non solo ad orientare le nomine ma anche – in qualche caso – ad elaborare specifiche strategie di interferenza su indagini e processi in corso.
Le conseguenze di tutto ciò sono state devastanti; la crisi di credibilità ha investito pesantemente il CSM e la sua funzione di autogoverno nonché l’intero Ordine Giudiziario, la sua indipendenza, l’autorevolezza della sua azione e delle sue decisioni (e ciò nonostante l’impegno e la professionalità di tantissimi magistrati), soprattutto nei confronti di esponenti del potere politico o di altri poteri dello Stato.
È capitato così di leggere su un quotidiano a diffusione nazionale, a proposito di una richiesta di rinvio a giudizio, avanzata dal Procuratore della Repubblica di Palermo nei confronti dell’ex ministro dell’Interno, frasi come questa:
“…Facciamo finta di non vedere che la giustizia è nelle mani di una banda di sciagurati che purtroppo fanno capo (spero a sua insaputa) al presidente Mattarella in quanto capo del Csm che, come tale, almeno formalmente, dovrebbe avallare le loro decisioni…”.
Non è un caso però che un giudizio così indiscriminato e pesante – al limite del vilipendio – sull’intero Ordine Giudiziario sia stato espresso in riferimento ad un procedimento giudiziario riguardante un esponente politico di primo piano.
Ciò evidenzia infatti che gli effetti più gravi e devastanti caduti sulla magistratura hanno determinato un sensibile indebolimento – quantomeno sul piano del riconoscimento sociale – dell’azione di controllo di legalità che i magistrati sono chiamati istituzionalmente ad operare, soprattutto nei confronti del potere politico e rispetto al quale quest’ultimo si è sempre mostrato molto insofferente, soprattutto nei casi in cui la specifica attività di controllo si rivelava realmente incisiva ed efficace.
Tornano così un’altra volta eloquenti le parole di Mario Almerighi quando, nello stesso articolo prima ricordato, rilevava che “…gran parte delle forze politiche, supportate dai media, identificavano il magistrato modello nel c.d. giudice silente, impegnato a fare o a non fare, non importa, purché non costringesse le cronache ad occuparsi di fatti illeciti concernenti esponenti del potere politico o implicanti conseguenze sulla politica…”.
E difatti, fin dal primo momento in cui l’indipendenza della magistratura – costituzionalmente garantita – ha iniziato a tradursi in azione concreta, il potere politico ha rapidamente adottato le proprie contromisure per neutralizzarne i risultati, ed in proposito la storia delle notissime inchieste sui petroli, portate avanti nel 1974 da Mario Almerighi e dai suoi colleghi di Genova, appare particolarmente significativa.
Da allora, nel corso degli anni, sono stati molteplici gli strumenti e gli espedienti messi in campo per contrastare l’efficienza dell’azione giudiziaria e le sue autonome valutazioni.
Si è più volte cercata la via di riforme costituzionali dirette –sotto varie forme – a comprimerne l’indipendenza (come avveniva, all’epoca dell’articolo di Almerighi, con i progetti di riforma elaborati dalla Commissione Bicamerale che era stata in proposito istituita).
Ma questa strada non è mai stata percorsa fino in fondo perché è comunque prevalsa sempre la considerazione della impopolarità di norme che potessero limitare l’autonomia e l’operatività di una magistratura, ancora destinataria di una accettabile percentuale di considerazione pubblica.
Molto più produttiva, per i suoi effetti depotenzianti, è stata la soluzione – adottata, in un modo o nell’altro, da tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi decenni – di una legislazione ordinaria diretta costantemente a complicare ed appesantire l’azione giudiziaria, soprattutto quella inquirente (con il pretesto di un malinteso e strumentale “garantismo”) senza adeguati contrappesi sul piano della semplificazione degli adempimenti formali e dei tempi di trattazione dei procedimenti, così rendendo sempre meno realizzabile l’obiettivo di decisioni definitive adottate entro termini accettabili.
A sua volta, il sistema di interferenze esterne nella gestione delle nomine da parte del CSM, emerso in modo sistematico e desolante dal “caso Palamara”, ha portato – come si è visto prima – al totale discredito dell’autogoverno della magistratura pur se in concreto ha fortunatamente mantenuto una incidenza assai limitata sull’esercizio indipendente della giurisdizione da parte della generalità dei magistrati.
Ma oggi è proprio il discredito, strumentalmente esteso – attraverso una abile propaganda mediatica – dalla gestione del “palazzo” all’attività dei singoli giudici, a costituire lo strumento più forte in mano al potere per porre finalmente in atto il disegno di riduzione dell’autonomia costituzionale della magistratura.
E’ tornato quindi d’attualità, tra l’altro, il ricorrente progetto della separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante che in realtà racchiude, attraverso l’utilizzo di una formula ipocrita e fuorviante, il chiaro disegno di sottoporre a controllo esterno l’attività del Pubblico Ministero (vero “spauracchio” della politica) laddove sarebbe al contrario necessario proteggerne e rafforzarne l’autonomia, la professionalità e l’autorevolezza sia al di fuori che al di dentro dello stesso Ordine Giudiziario.
Ma soprattutto il veleno prodotto dal caso Palamara, ed in particolare dalla diffusione indiscriminata, e spesso tendenziosa, delle conversazioni personali e telematiche intercettate, ha portato al crollo della fiducia collettiva verso l’azione della magistratura, che invero era già stata posta a dura prova da altre gravi vicende di abusi e corruzione nell’ambito giudiziario, venute di recente alla luce.
E poco conta riflettere sul fatto che, se sono venute alla luce tante condotte deplorevoli ed imbarazzanti per l’intera magistratura, ciò si deva soprattutto all’azione determinata e senza riguardi della magistratura inquirente (e indipendente!), che non ha mai ceduto a tentazioni di copertura corporativa per la quale “i panni sporchi si lavano in casa”!
E dunque si rende quanto mai necessario, se si vogliono mantenere accettabili livelli di controllo della legalità, che la magistratura risalga la china della fiducia e della considerazione pubblica, a partire dal recupero di credibilità da parte dell’organo di autogoverno.
Ne costituisce però un indispensabile presupposto l’adozione di adeguate riforme ordinamentali in grado di incidere sul funzionamento del CSM, a partire dal suo sistema elettorale, e che risultino fondate su una corretta ed onesta valutazione degli obiettivi da perseguire e dei migliori strumenti per raggiungerli, tenendo ben presente la deleteria esperienza della riforma del 2006, che – anziché migliorare – ha indiscutibilmente aggravato le criticità del sistema, sia in relazione ai criteri di elezione del Consiglio, sia a quelli di conferimento degli incarichi direttivi.
Ed a proposito di soluzioni controproducenti, tra queste rientrerebbe sicuramente – con riferimento al sistema elettorale – il ricorso, da più parti invocato, a forme totali o parziali di sorteggio che, a prescindere da chiari profili di incostituzionalità, rappresenterebbe una evidente e clamorosa manifestazione di sfiducia verso la capacità dei giudici di operare una designazione efficace dei propri rappresentanti, senza ottenere – d’altra parte – alcuna effettiva garanzia di miglioramento della autorevolezza e della funzionalità del sistema.
Appare invece necessario che i candidati possano essere direttamente conosciuti dall’elettorato per i loro connotati professionali e personali, con il passaggio dall’illogico attuale collegio unico nazionale alla suddivisione territoriale dei collegi stessi, e che un presupposto necessario per la candidatura si possa individuare nel possesso di un profilo professionale ineccepibile e verificabile.
Per quanto poi riguarda i criteri per l’assegnazione degli incarichi direttivi, la loro disciplina dovrebbe soprattutto orientarsi sul principio fissato dall’art. 107, co 3, della Costituzione, secondo il quale “I magistrati si distinguono tra loro soltanto per diversità di funzioni”, e dunque sradicare la concezione stessa di carriera.
Gli incarichi direttivi andrebbero pertanto esclusivamente intesi come servizi temporanei, destinati a non potere essere ripetuto in altre sedi o in altre funzioni, se non dopo il decorso di un consistente intervallo di tempo.
I criteri di designazione dovrebbero poi basarsi fondamentalmente su elementi di valutazione obiettivi e documentabili, da attingere soprattutto dai dati provenienti dall’esercizio effettivo della giurisdizione (o, a secondo i casi, dell’attività d’indagine) e dai risultati conseguiti, con recupero – quantomeno parziale – del peso dell’anzianità e con ricorso ai rapporti informativi solo per la valutazione dei profili comportamentali e per l’apporto eventuale di elementi straordinari positivi o negativi.
È chiaro che si tratta di indicazioni quanto mai sommarie, ricavate dall’esperienza personale di chi scrive – ed ovviamente suscettibili di confronto ed approfondimento – che sono state mosse dall’intento di prospettare ipotesi di soluzioni per disinnescare lo strapotere delle correnti ed incoraggiare al contrario l’impegno sul campo di ogni magistrato.
Ma la migliore conclusione di queste disordinate riflessioni ad alta voce, riguardanti il momento molto difficile attualmente attraversato dalla magistratura – e dalla funzione giudiziaria della quale la magistratura è titolare – si ritrova ancora nelle parole di Mario Almerighi che, ricordando le prime battaglie politiche del Movimento, scriveva che “…chiedemmo consenso non per offrire assistenza, ma per garantire il rispetto delle regole, per chiedere ai colleghi maggiori sacrifici nell’impegno professionale e prospettando l’esistenza di una questione morale anche nella magistratura…”.
I fatti hanno purtroppo dimostrato, negli anni successivi, che a tale questione non è mai stato data l’indispensabile rilevanza, nemmeno dai gruppi in possesso della maggiore sensibilità a raccoglierla, e che oggi da questo tema si dovrà necessariamente ripartire per una effettiva risalita della china.

Ricordo di Mario Almerighi, in rapporto al caso Palamara

di Adelmo Manna

1939-2017

Il 24 marzo ricorre l’anniversario del decesso del giudice Mario Almerighi, nostro caro amico, e grande animatore anche di progetti culturali sulla giustizia, su cui sono confluite le Associazioni Isonomia e Sandro Pertini Presidente che ora stiamo gestendo sotto la presidenza dei conss. Vito D’Ambrosio e Leo Agueci.

Si ritiene di iniziare questo ricordo con una data ben precisa, il 16 aprile 1988, quando Mario Almerighi, assieme, fra gli altri, proprio a Leo Agueci e Vito D’Ambrosio, si staccarono da Unicost per formare un nuovo raggruppamento di magistrati, intitolato Movimento per la Giustizia.

Nell’ambito di coloro che diedero luogo al nuovo raggruppamento si annoveravano anche magistrati dal sottoscritto conosciuti personalmente come Luigi De Ficchy, Enrico Di Nicola, Franco Ionta, Maria Monteleone, Ciro Riviezzo ed Andrea Vardaro, mentre altri hanno raggiunto una notorietà nazionale anche a causa di tragici eventi, come il cons. Giovanni Falcone.

In questa situazione, siamo di fronte alla creazione delle c.d. correnti in magistratura, per cui la divisone dell’ANM – di cui Mario Almerighi è stato presidente, seppur per un sol giorno – appunto in correnti, è spesso stata liquidata sbrigativamente come “politicizzazione”[1]. Un’analisi più attenta, però, dimostra che la divisione in correnti è espressione del pluralismo del corpo giudiziario, ma non corrisponde affatto alla proiezione diretta dei partiti presenti sulla scena politica nazionale. Naturalmente si sono verificati tentativi di condizionamento che hanno percorso, nello scorrere degli anni, i diversi gruppi, ma non ne hanno mai segnato l’identità complessiva.

Ciò che, tuttavia, caratterizza la tensione immanente nell’associazionismo giudiziario è quella “tra chiusura corporativa e presa di coscienza del ruolo dell’istituzione giudiziaria nella società democratica”[2].

Quando, infatti, prevale il ripiegamento corporativo, operano le peggiori logiche correntizie come è indicato dalla pressione sul CSM per una gestione clientelare e lottizzatoria degli incarichi direttivi[3].

Laddove, invece, prevalga la coscienza del ruolo istituzionale della magistratura, si determinano larghe convergenze, per cui, attraverso la dinamica fra queste due sponde di segno opposto, può leggersi la vicenda dell’associazionismo dagli anni ’80 del Secolo breve in poi.

Fatta questa doverosa precisazione, cerchiamo di operare un raffronto tra il presidente Almerighi -con tutto ciò che ha rappresentato nel corso degli anni – ed una figura decisamente opposta a lui, cioè il dott. Luca Palamara, che è stato dall’ANM espulso dalla magistratura ed è sotto processo penale presso il Tribunale di Perugia, ove il procuratore capo di quella città, cons. Raffaele Cantone, ha provveduto a contestare allo stesso Palamara anche i reati di corruzione per l’esercizio della funzione ed il traffico di influenze illecite, che a questo punto non riguardano più soltanto la sua vita privata, bensì proprio i rapporti clientelari da quest’ultimo intessuti con altri colleghi, in vista dell’ottenimento di incarichi da parte del CSM.

Siamo dell’avviso che l’unico punto che accomuna Mario Almerighi e Luca Palamara sia la presidenza dell’ANM, che tuttavia avvenne per soli tre giorni per Almerighi, in quanto il Nostro rilasciò un’intervista ad una giornalista, Maria Antonietta Calabrò del Corriere della Sera, mostrando di non gradire come possibile nomina a Ministro di grazia e giustizia il prof. Ortensio Zecchino, che era un associato di storia del diritto penale, preferendo a quest’ultimo il Ministro della giustizia uscente, cioè il prof. Giovanni Maria Flick. La giornalista, nonostante che avesse assolutamente assicurato Mario Almerighi di non pubblicare tale notizia, invece la pubblicò. Emerse, quindi, che il Nostro avrebbe travalicato la classica divisione dei poteri dello Stato, di montesquieuiana memoria, per cui fu costretto a dimettersi, anche su pressione di altri magistrati, in particolare di MD, e più in particolare ancora della dott.ssa Elena Paciotti, che fece poi una rapida carriera negli organismi giudiziari europei. Pur tuttavia si instaurò un giudizio civile perché fu chiesto alla giornalista del Corriere della Sera ed all’allora direttore Ferruccio De Bortoli di consegnare la bobina con la registrazione dell’intervista ma entrambi si rifiutarono di consegnarla ed alla fine, costretti dall’autorità giudiziaria, la consegnarono ma emerse da una perizia fonica effettuata sulla bobina stessa che era stata manomessa soprattutto per quanto riguarda il contenuto[4], per cui dopo i tradizionali tre gradi di giudizio nel 2012 la vicenda giudiziaria si concluse con la condanna di De Bortoli e Calabrò a 50 mila euro di danni per lesione grave all’identità personale di Almerighi.

Nonostante questo “incidente di percorso”, sicuramente Mario Almerighi ha rappresentato la coscienza del ruolo istituzionale della magistratura, tanto è vero che sul suo nome si sono verificate larghe convergenze. Il suo impegno, infatti, è sempre stato di carattere prevalentemente ideologico e comunque nell’interesse dell’intiera magistratura come potere dello Stato, tant’è che non si è mai piegato a logiche correntizie.

Risulta, invece, del tutto diversa la figura del dott. Luca Palamara, in quanto – a parte, ovviamente, il rispetto doveroso per la presunzione di innocenza, che deve valere anche per lui – è, al contrario, prevalso il ripiegamento corporativo e, quindi, le peggiori logiche correntizie, caratterizzate da una gestione clientelare e lottizzatoria degli incarichi direttivi e della correlativa pressione sul CSM, dato che lo stesso Palamara è stato sia presidente dell’ANM che consigliere del CSM, carica quest’ultima rivestita, a suo tempo, anche dal presidente Almerighi.

Ciò che, tuttavia, più rileva a questo punto è la “difesa” operata dal dott. Palamara e condensata in un libro di grande successo editoriale, e non è un caso, giacché, ovviamente, un libro di tal fatta non può che scatenare la curiosità sia degli addetti ai lavori, che anche delle persone comuni. Il volume, elaborato sotto forma di intervista[5], costituisce, a nostro avviso, la difesa “pubblica” del Palamara, il quale utilizza un artifizio storico-dialettico, rappresentato, appunto, dal “Sistema”, ovverosia una entità superiore ai singoli soggetti in carne ed ossa, che tuttavia orienterebbe le scelte della maggioranza dei magistrati e quindi anche quella del Palamara, sia in senso positivo, sia per quest’ultimo, nel periodo più recente, anche in senso negativo. Va da sé che questo artifizio consente al Palamara medesimo di non fare nomi, se non in casi del tutto peculiari e, comunque, ristretti, di coloro che lui ha aiutato per ottenere determinate cariche, così da evitare, evidentemente in sede, prima disciplinare e, poi, processuale-penale, vendette e/o ritorsioni.

Ciò non toglie, però, che, almeno a nostro avviso, tale escamotage difensivo risulta alquanto fragile perché, in realtà, non appare sussistere questa sorta di “sistema” guidato non si sa da chi, e che invece assomiglia, se riandiamo proprio alla storia degli anni ’80 del secolo scorso, alla figura del “grande vecchio”, di craxiana memoria. Ebbene, a parte la sussistenza, o no, del c.d. sistema, comunque dietro il quale si muovono persone in carne ed ossa, non c’è dubbio che il dott. Palamara incarna un tipo di magistrato dove la gestione clientelare e lottizzatoria degli incarichi direttivi ha costituito l’obiettivo principale da perseguire nella sua carriera di magistrato e ciò dà, appunto, ragione al provvedimento dell’ANM di espulsione dello stesso dalla magistratura.

Mario Almerighi, invece, ha rappresentato l’opposto, nel senso che, seppure, ovviamente, ha cercato politicamente di orientare l’opinione dei suoi colleghi verso le sue idee, ciò lo ha fatto sicuramente per far prevalere la coscienza del ruolo istituzionale della magistratura nell’ambito di una dialettica sempre più proficua tra i poteri dello Stato. La dimostrazione di quanto stiamo sostenendo, la possiamo ricavare proprio da una vicenda giudiziaria emblematica del modus operandi del presidente Almerighi, cioè lo scandalo dei petroli[6], ove a Genova tre, come si definivano allora, “pretori d’assalto” – proprio perché intendevano incidere sulla realtà sociale con le loro decisioni giudiziarie e non, viceversa, chiudersi in modo tradizionale nella classica torre d’avorio – scoprirono, tramite la Guardia di Finanza, che la rarefazione del combustile era fittizia, giacché i contenitori di petrolio nel porto di Genova delle industrie petrolifere erano in realtà pieni, per cui la rarefazione sul mercato del petrolio era stata però “consentita” dal pagamento da parte delle principali industrie petrolifere, che venivano allora definite “le sette sorelle”, di tangenti ai principali esponenti dei partiti politici di allora. Dovendosi recare, a causa del relativo processo per corruzione, a Roma, i tre pretori, oltre ad Almerighi, anche Carlo Brusco e Adriano Sansa, presero un appuntamento nel 1974 con l’allora presidente della Camera dei Deputati, l’indimenticabile on. Sandro Pertini – che diventerà, successivamente, presidente della Repubblica nel 1978 – il quale, dopo averli ricevuti a Montecitorio, preferì parlare con loro nella lavanderia del Parlamento, per il rischio, poi dimostratosi veritiero, di essere controllati. Ebbene, in quella sede, il presidente Pertini li esortò ad andare avanti “costi quel che costi”, perché anche in Sandro Pertini, come nei tre pretori d’assalto, ha sempre prevalso la morale istituzionale, piuttosto che cedere ad imposizioni dall’alto o, peggio, essere contagiati da camarille di carattere politico.

È con queste riflessioni che intendiamo onorare la figura di Colui che per noi è sempre stato il presidente Almerighi nell’anniversario della sua prematura scomparsa.


[1] In argomento, per un quadro generale ed esaustivo, cfr. BRUTI LIBERATI E., Magistratura e società nell’età repubblicana, Bari-Roma. 2018, quivi 214 ss.

[2] BRUTI LIBERATI E., op. cit., 215.

[3] Cfr. ZAGREBELSKY V., Tendenze e problemi del Consiglio Superiore della Magistratura, in Quaderni costituzionali, 1983, n. 1, 128 ss.; SENESE S., Il Consiglio Superiore della Magistratura: difficoltà dell’autogoverno o difficoltà della democrazia?, in Questione giustizia, 1983, n. 43, 484 ss e, quivi, 503 ss..

[4] Sul giudizio civile in questione, cfr., in particolare, ZUPO G., “I morti apriranno gli occhi dei vivi”. Mario Almerighi e i veleni dei magistrati corrotti e corporativi, in Critica liberale, 2018, 47 ss.

[5] Alessandro SALLUSTI intervista Luca PALAMARA, Il Sistema-Potere, politica, affari: storia segreta della magistratura italiana, Milano, 2021, spec. 239 ss., con riferimento ad un paragrafo non a caso intitolato: “Così fan tutti”, che dimostra proprio che dietro il c.d. Sistema si muovono, ovviamente, individui in carne ed ossa, ma non appare affatto giustificata la frase “Così fan tutti” perché accomuna in una logica esclusivamente correntizia anche magistrati, e sono la maggior parte, che non hanno mai seguito tale logica spartitoria.

[6] Per la ricostruzione di un protagonista cfr., appunto, ALMERIGHI M., Petrolio e politica. Il padre di tutti gli scandali raccontato dal magistrato che lo scoprì, Roma, 2006; ID, Petrolio e politica. Oro nero, scandali e mazzette: la prima Tangentopoli italiana, Roma, 2014.

Prof. Avv. Adelmo Manna
Ord. dir. pen. c/o Università di Foggia

Contro… “corrente”

1939-2017

di Sergio Materia

Con questo scritto vogliamo ricordare Mario Almerighi. Splendido giudice e uomo sempre con la schiena dritta. Con lui, sotto la sua guida, abbiamo attraversato da magistrati gli anni ottanta e novanta. La crisi della giustizia diventava sempre più evidente e cercavamo risposte. Per noi, per fare del nostro lavoro qualcosa che riscattasse ai nostri stessi occhi l’esercizio di un mestiere che sa anche essere cattivo, freddo, burocratico. Ma soprattutto perché ci sentivamo insieme magistrati e cittadini e decidemmo che non ci bastava, non doveva bastarci, fare come meglio potevamo il nostro mestiere mentre fuori il sistema democratico era squassato dai lasciti del terrorismo, dai poteri occulti e dalla corruzione. E dal tirare a campare di molti che eravamo costretti a chiamare colleghi. Rivendicavamo il diritto di occuparci di politica, nel senso più alto e nobile della parola: lavorare e discutere del nostro lavoro con continua attenzione verso i principi costituzionali, verso gli interessi della collettività dei cittadini.
Mario capì, insieme a noi, che di questa profonda crisi la magistratura non era la soluzione ma una parte importante. La sua grande passione civile, per lui pari solo a quella per il mare, era una componente del suo essere magistrato. Non si poteva essere un buon magistrato senza alzare lo sguardo dalle carte e dai processi e senza preoccuparsi dell’impatto della giurisdizione sulla salute delle istituzioni e della democrazia. La magistratura associata già dalla metà degli anni settanta aveva sposato questa posizione, ma la spinta rinnovatrice si era persa ed era prevalsa una politica associativa fatta di chiusure, pavidità, convenienze, burocratismo, cecità, autotutela. In una parola, fatta di un corporativismo opaco, capace solo di difesa.
Due parole risuonano ancora, piagnucolose e insopportabili, usate in ogni occasione in cui venisse utile fare del vittimismo: “delegittimazione” e “sovraesposizione” (dei magistrati, ovviamente). Si predicavano a parole indipendenza e autonomia (dio solo sa quale sia la differenza) ma poi non si sapeva cosa farne se la parola d’ordine era, in sostanza, quella di non rischiare mai, di non disturbare il manovratore, di comportarsi sempre in modo da non provocare polemiche, interne ed esterne alla corporazione.
Era una situazione soffocante e Mario non solo lo capì presto ma lavorò per trovare una strada nuova. La via maestra era anzitutto quella di un radicalismo etico senza intolleranza e supponenza, e senza scelte aprioristiche di ordine ideologico. Unico riferimento era la Costituzione, troppo a lungo tradita anche tra i magistrati, dalla loro associazione e, per caduta, dal Consiglio Superiore che inevitabilmente, ma non controvoglia, era diretta espressione delle correnti interne alla corporazione.
Oggi è chiaro a tutti quali danni abbia fatto il correntismo. Nate negli anni settanta come opzioni di ordine culturale e politico (nel senso di scelte di fondo sul modo di essere della magistratura) presto le correnti erano diventate uno strumento per esercitare il potere interno alla corporazione. Appartenere in modo fedele ad una o all’altra equivaleva al potersi aspettare al momento opportuno il sostegno per la nomina in un posto direttivo o semidirettivo, o per andare in Cassazione.
Oggi il caso Palamara ha svelato a quali abissi di squallore il potere delle correnti abbia portato. Ma già allora era chiara, per chi volesse vedere, l’esistenza di un patto spartitorio tra le correnti. E poco male se i prescelti fossero spinti in alto dalle correnti (o dai loro esponenti più potenti, più forti elettoralmente) per i loro meriti professionali. Molto più spesso era la sola appartenenza ad un gruppo associativo a fare di un magistrato qualsiasi un candidato imbattibile per il posto cui ambiva. La volta dopo sarebbe toccato ad un’altra corrente scegliere la persona da promuovere. Il patto spartitorio diventava così vero e proprio voto di scambio.
L’importante era (ed è) che l’interessato non fosse incappato in qualche infortunio, che non fosse stato oggetto di polemica per qualche indagine o processo contro qualche personaggio politico o parapolitico. Insomma, che non fosse noto come davvero indipendente e libero da timori reverenziali. Anche perché a lungo il criterio dominante per essere promosso è stato la cosiddetta anzianità senza demerito, che fu applicato anche in occasione della scelta tra Antonino Meli e Giovanni Falcone per la carica di capo dell’ufficio Istruzione di Palermo alla fine degli anni ottanta. E quindi il consiglio implicito ai magistrati era: tenetevi alla larga dai processi che possono crearvi problemi, scegliete la soluzione più conservativa e più conveniente per voi. E così spesso i magistrati per sembrare equilibrati si trasformavano in equilibristi, anche a rischio del ridicolo. E i primi a fare il vuoto intorno a chi si “sovraesponeva” rischiando di “delegittimare” la magistratura erano proprio i colleghi, che volevano continuare a vivere tranquilli aspettando solo di invecchiare per poter finalmente arrivare a comandare qualcosa e per poter avere sulla porta del loro ufficio la scritta “Presidente” o “Procuratore della Repubblica”. Per poter avere la loro fetta di miserabile potere.
Il sistema era diretto dai capicorrente e dai loro stretti seguaci. Non solo negli uffici importanti ma anche in posti di provincia, e forse ancora di più, i capi degli uffici spesso erano personaggi di modestissima qualità professionale ma soprattutto etica e personale, ai quali della giustizia come la Costituzione la richiede importava il giusto, e che forse nemmeno ne capivano il significato.
E’ a tutto questo che Mario si ribellò. E su suo impulso nacque un nuovo gruppo di magistrati che provò a rovesciare la logica dell’appartenenza correntizia. A partire dalla apertura a chi non era magistrato: avvocati, intellettuali, insomma tutti coloro che cercavano non potere o protezione, ma un luogo di discussione, di scambio, di costruzione di una nuova cultura della giurisdizione. Un posto pulito, finalmente.
Si chiamò Movimento per la Giustizia, e già con il nome dimostrava di essere un gruppo aperto, non autoreferenziale ma pronto ad accogliere le opinioni e i contributi dei “laici”. Si scelse di restare all’interno dell’associazione nazionale magistrati per combatterne il degrado dall’interno. Ma dell’associazione vedevamo il limite intrinseco: tante posizioni politico/culturali molto distanti tra di loro non potevano (e non possono ancora oggi, come i fatti hanno dimostrato) che trovare l’unico loro possibile punto d’incontro nell’essere puro e semplice sindacato, quindi nell’essere corporazione, senza respiro e senza idealità che non fossero solo declamate con una retorica insopportabile. Senza fare mai niente che andasse nella direzione di elevare la professionalità e la affidabilità degli appartenenti, ed anzi coprendo sempre questo o quel magistrato che deragliava, e chiudendosi a riccio davanti alle critiche. Era sempre “delegittimazione”.
Dal punto di vista dei risultati elettorali il risultato fu decisamente buono e si riuscì a far eleggere al CSM eccellenti magistrati. Ma il generoso tentativo alla fine è fallito, ed è forse inevitabile che così fosse. Il gruppo ha perso per strada la sua carica innovativa, è diventato una corrente, pur restando immune dal degrado clientelare ed etico delle altre.
Le correnti tradizionali hanno vinto, e se oggi si è arrivati a proporre il sistema dell’estrazione a sorte per il Consiglio Superiore della Magistratura questo equivale alla presa d’atto, da una parte della magistratura, della incapacità del sistema di autoriformarsi, nei comportamenti prima ancora che nella forma.
E siamo arrivati oggi al caso Palamara e a quello che ha scoperchiato. Il caso Palamara non ha dimostrato in maniera evidente a tutti soltanto l’esistenza del sistema spartitorio tra le correnti e i loro vertici. Il caso Palamara (ma dovremmo aggiungere i nomi dei tanti magistrati coinvolti) svela una trama di relazioni illecite che sono all’attenzione della magistratura penale. Svela quello che era già chiarissimo da tanto tempo: l’esistenza di una questione morale nella magistratura. Prima di tutto il resto, fu questo aspetto a far insorgere Mario Almerighi e tutti noi che condividemmo le sue scelte. La cecità della magistratura associata era spregevole soprattutto su questo versante. Prima ancora che preparazione tecnica e professionale, scrivemmo e dicemmo tante volte, al magistrato si richiede un livello di etica personale quantomeno compatibile con il suo mestiere. Per la sua credibilità quando giudica il prossimo, per la tutela agli occhi dei cittadini della dignità della giustizia e delle istituzioni in generale. Perché così deve essere. E invece.
Quando un magistrato finiva sotto indagine o agli arresti per fatti di corruzione o per avere comunque abusato del suo ufficio, mai o quasi mai la reazione tra di noi era di sorpresa e di sconcerto. Noi dicevamo che i magistrati possono fare politica, nel senso alto che si è detto. Qualcuno invece la faceva davvero e nel senso peggiore, fiancheggiando l’uno o l’altro partito o uomo politico con iniziative strumentali. I cosiddetti magistrati “chiacchierati” erano tanti e noti a tutti, fuori e dentro la categoria. Di molti, soprattutto a Roma, era nota l’appartenenza politica, la “vicinanza” a questo o quell’uomo politico. Era noto come avessero pilotato, attraverso un impiego strumentale e intimidatorio dei loro poteri, l’esito di complicate e importanti vicende economico finanziarie.
Era nota la disponibilità alla corruzione.
Per Sergio Castellari, consulente di grandi imprese, ex direttore generale del ministero delle Partecipazioni Statali, trovato morto il 25 febbraio 1993 a Sacrofano vicino Roma, era stato richiesto il carcere da un pubblico ministero che cercava appigli per trasferire da Milano e Roma il processo Enimont. Castellari morendo, probabilmente suicida e sicuramente innocente rispetto alle cervellotiche imputazioni che lo riguardavano, lasciò una lettera: “Non posso accettare di essere inquisito da organi e persone di cui è nota l’ acquiescenza e la connivenza al sistema e la diretta e profonda corruzione”. Nota a tutti, effettivamente. Impossibile non lo fosse agli organi di autogoverno della magistratura che, dopo quell’episodio, promossero a capo di una Procura della Repubblica quel magistrato. Che poi fu arrestato per corruzione e patteggiò la pena dopo una lunghissima custodia cautelare, giustificata tra l’altro dagli artifici con i quali aveva fino ad allora occultato i notevolissimi proventi della corruzione.
E’ un episodio emblematico. La ricaduta finale del corporativismo che diventa cieco perché non vuole, non deve vedere. Che protegge tutti sempre, salvo qualche raro sprovveduto che esagera senza averne il potere e garantirsi le protezioni.
Ma lasciando da parte la vera e propria corruzione, certo è che in cialtroni e bellimbusti la corporazione ha abbondato. Tutti noi ne abbiamo visto all’opera qualcuno. E la conclusione era ed è netta: la capacità professionale conta fino ad un certo punto, la reputazione (quella reale, non quella che risultava dai fascicoli personali sempre pieni solo di elogi) non conta quasi niente. Molto di più conta l’essere cliente e vassallo di quello o quell’altro esponente o sottoesponente di una corrente.
Il solo parlare di una questione morale nella magistratura avrebbe dovuto provocare una ribellione collettiva da parte dei “colleghi” e delle correnti. E invece è sempre prevalsa una reazione di pura conservazione del sistema: Troncare, sopire, minimizzare. E per osmosi l’infezione si è diffusa, si è estesa ai più giovani, ed è stato il disastro. Si è fatto credere ai giovani che fare il giudice senza grilli per la testa seguendo la corrente (in tutti i sensi) è la via normale, quella giusta. E i giovani si sono adeguati volentieri, senza sapere e senza accorgersi che deve esserci una strada migliore. Un’ulteriore esempio di darwinismo sociale.
Per contagio da contatto ravvicinato, per invidia piccolo borghese, per imitazione, i mali della politica peggiore hanno raggiunto la magistratura. E oggi, appunto, il disastro è sotto gli occhi di tutti.
Ma per cosa, poi? Qualcuno ci ha guadagnato in denaro, in opportunità per sé o per i familiari (chi non si preoccupa che i figli trovino lavoro?). Qualcuno ha fatto carriera in politica.
Ma gli altri, tutti gli altri, hanno svenduto la propria dignità (bisogna averne, del resto) in cambio di quasi nulla. Palamara non si è preso con la forza la presidenza dell’ANM. Cosimo Ferri è stato il più votato alle elezioni dell’associazione del 2012 con 1199 voti, il numero più alto di sempre.
Insomma: l’autogoverno della magistratura descritto in costituzione era ed è il sistema migliore, ma quello che abbiamo conosciuto e visto all’opera è stato pessimo. Parafrasando Winston Churchill, l’autogoverno è il peggior sistema possibile, ma non ce n’è uno migliore. La Costituzione anche su questo è stata tradita, e non sarà facile rimediare.
Oggi è definitivamente chiaro che i danni non sono stati solo per qualche magistrato o per una giusta assegnazione di posti. Il danno, enorme, è stato per tutta la categoria. E a cadere, ovviamente, lo è stato per la qualità della giurisdizione e quindi per la collettività. Forse è ingiusto ed eccessivo parlare di complessiva inaffidabilità della magistratura, perché ci sono certamente persone che lavorano seriamente. Ma di sicuro la categoria oggi avrebbe bisogno di un profondo esame collettivo di coscienza che invece, come è evidente, è incapace di fare.

Di fronte a questo quadro oggi Mario Almerighi avrebbe l’amara ma grande soddisfazione di poter dire: perché non avete voluto vedere e ascoltare chi vi indicava il vero? E direbbe anche: la magistratura questa vergogna la merita tutta.
E’ stata compromessa la qualità della funzione giudiziaria che ha per i cittadini una valenza anche simbolica fondamentale. Una sentenza giusta è un omaggio alla democrazia, una ingiusta, anche riguardi un piccolo fatto di periferia, è una ferita che anche dopo anni resta aperta. Bisogna evitare in ogni modo che ad impersonare la giustizia siano persone men che limpide, mediocri, pronte al compromesso o a scegliere non la via più giusta ma la più comoda per se stessi. Forse i magistrati così non sono tanti, ma sono comunque troppi.
Scrivendo di Mario e di queste cose, anche per chi ha visto scadere il proprio tempo l’emozione è forte. Lui ha dimostrato anche da giudice cosa vuol dire la schiena dritta e l’onestà intellettuale, il coraggio di andare controcorrente in nome di un interesse collettivo che pochi con lui vollero vedere. Basta leggere la bellissima avventura processuale che Mario ha raccontato nel suo “Mistero di Stato”, un libro del 2010 sul processo per la morte dell’ispettore di polizia Samuele Donatoni durante il sequestro di Giuseppe Soffiantini.
Ecco: Mario era un grande giudice perché coglieva in modo naturale la drammaticità del giudicare, perché di un processo vedeva gli angoli più nascosti e più scomodi. Di un processo, come della realtà politico istituzionale nella quale viveva, si faceva carico fino in fondo come il giudice deve sempre fare, non cercando mai le soluzioni più comode ma quelle più giuste, nei limiti in cui la vera e originaria giustizia riesce ad entrare in un’aula di giustizia. Ma questo è un discorso più grande di noi.

Il degrado dell’ANM e dell’autogoverno nel suo complesso non ha soltanto determinato guasti interni alla corporazione, ma si è esteso per contagio a tutti gli aspetti della giurisdizione. E oggi, anche se per incanto i mali dell’ANM fossero sanati di un colpo, ci troveremmo di fronte ad un panorama di macerie e di questioni irrisolte.
Come Mario Almerighi sosteneva negli anni ottanta e novanta, mentre le correnti si dedicavano solo alle loro operazioni di bassa cucina nessuno si preoccupava di indirizzare la magistratura e la giustizia verso l’attuazione dei principi costituzionali. Nessuno spiegava ai magistrati, né prima né dopo il concorso, cosa dovesse significare esserlo e lavorare in nome del popolo italiano. Nessuna politica di indirizzo, tutto era ed è lasciato alla libera interpretazione del singolo. E dunque tutto era ed è consentito quanto al modo di essere, prima ancora che di fare ed operare dei magistrati. Sarebbe bastato ricordare Piero Calamandrei o anche Dante Troisi, e insegnare quelle riflessioni prima ancora delle regole del diritto. E poi valutare i magistrati anche in base al modo di esserlo e non solo in base a singoli episodi.
Mario sosteneva che dovesse essere il Consiglio Superiore, quale vertice del sistema di autogoverno, a farsi scuola di vita professionale per i magistrati, a dettare non certo regole rigide di condotta ma linee guida. Una corporazione che non vuole o non è capace di ragionare sul proprio modo di essere e dover essere è cieca e sorda e finisce per immiserirsi.
Ma il concetto di autonomia e di indipendenza è stato distorto e strumentalizzato a tal punto che anche discutere di questi temi era giudicato inammissibile per lesa maestà. E così, diceva Mario, l’indipendenza è diventata arbitrio e ognuno vive il mestiere del giudice come ritiene meglio o, peggio, come gli conviene. Ed è successo che autentici malfattori (a Roma gli esempi potrebbero essere tanti) hanno “liberamente” interpretato il loro ruolo facendone un supporto ai propri o – peggio – altrui disegni di potere, nel silenzio complice degli organi del cosiddetto autogoverno.
Certo, per una utile discussione su questi aspetti un utile interlocutore era la politica. Ma da quel fronte non c’era – né allora né in seguito – nessuna intenzione o forse nessuna capacità di affrontare il tema. E’ sempre stato molto più conveniente avere a che fare con una magistratura tutto sommato non autorevole, utilizzandone le contraddizioni, i contrasti interni e gli insuccessi. E screditandola anche attraverso i media, anche trovando il modo di ritornare con enfasi su casi di cronaca già decisi in via definitiva ma insinuando il dubbio di errori giudiziari.
Per tutto questo è sempre mancata una vera proposta politica in tema di giustizia. Come sappiamo si è inseguita l’emergenza, con interventi raffazzonati sui codici soprattutto per rimediare alla interminabile durata dei processi civili e penali.
Ma così ogni magistrato è rimasto solo, se ne ha voglia e ne è capace, a ragionare sul senso del suo mestiere. Non è facile, non solo perché la materia è sostanzialmente un’intrusa e “non rientra nel programma”. Però se non lo fai il senso del mestiere di giudice si esaurisce nell’atto stesso di farlo, e questo vuol dire alienazione.
Questo tra l’altro comporta una inversione di senso per cui il diritto diventa non più una sovrastruttura ma un “a priori”. La realtà è letta in base al diritto, il giudizio sui fatti deve partire (secondo il popolo italiano?) anzitutto da una valutazione giuridica. Le altre letture della realtà sono profane. In barba, tra l’altro, al principio di tipicità degli illeciti penali. Di qui tanti “teoremi” giudiziari che sono tali, prima ancora che sul piano della prova, su quello dell’interpretazione storica e giudiziaria e del fatto. Una dimostrazione di hybris oltre che di ignoranza. E infatti il pubblico ministero che di volta in volta è autore e promotore del teorema (nel senso che ora si è detto) verso chi dubita rivolge tutta la sua sarcastica supponenza e il suo implicito disprezzo, se non addirittura l’accusa di essere dalla parte del male. Non solo fino all’immancabile crollo giudiziario della sua creatura, ma anche dopo.
Era a tutto questo che la proposta di Mario Almerighi e dei suoi compagni di strada intendeva ovviare. Senza aspettative miracolistiche, ma con l’intenzione di fare dei magistrati una categoria con una propria cultura collettiva e una propria coscienza critica.
Non era un compito facile. La base di partenza non era (e non è) favorevole. La crescita della consapevolezza di sé viene dal confronto, ma il giudice non è abituato a mettersi in discussione e comunque questo non è previsto dalla sua collocazione istituzionale.
Il lavoro del giudice non prevede un confronto dialettico né con la realtà né con gli altri, salvo i casi di decisione collegiale che però riguarda solo il singolo caso; non è un lavoro che preveda dialogo, confronto e tanto meno, e soprattutto, verifiche esterne all’esame del singolo caso. E’ un lavoro ex cathedra, perché così deve essere. Se è così, il lavoro del giudice rischia di tenerlo per un’intera vita professionale in un equivoco sulle proprie capacità, credibilità, affidabilità, serietà.
E rischia di generare nella persona del giudice una lunga illusione e molta presunzione. Un po’ diverso forse è per il pubblico ministero, che deve almeno confrontarsi anche se non dialogare.
Ecco perché solo collettivamente i magistrati potrebbero, e le loro istituzione dovrebbero, individuare sedi e modi per una discussione interna alla corporazione. In fondo l’attività giudiziaria è parte delle politiche sociali, nel senso che è una delle sedi privilegiate per l’affermazione del principio di uguaglianza come è previsto dal secondo comma dell’art. 3 della costituzione. Questo compito spetterebbe all’ ANM, che pretende di non essere semplice sindacato. Ma soprattutto al CSM, invece sordo e incapace.
Una discussione del genere servirebbe anche come necessaria base di partenza dei dibattiti sulle riforme ordinamentali: che cosa vogliamo dalla giustizia? Che processi vogliamo, e dunque che giudici vogliamo? Domande che sembrano ovvie ma che nessuno si fa.
Si può fare anche un’altra considerazione, e non è detto che sia solo una boutade. Tutti consideriamo ovvio che il lavoro dei giudici sia orientato dalla giurisprudenza, che dà punti di riferimento per come interpretare le leggi. Nessuna imposizione, ma indicazioni su come fare. Non sarebbe altrettanto normale che l’organo di autogoverno desse indicazioni sul come essere dei giudici? E non basta la giurisprudenza disciplinare, che dice solo cosa “non” fare e indirettamente come non essere. E lo dice dopo.
Una vera e profonda riforma della giustizia non può essere solo riforma dei codici o dell’Ordinamento giudiziario o del CSM. Il caso Palamara è la riprova che bisogna risanare andando in profondità, affidandosi a giuristi di altissimo livello ma anche a studiosi delle istituzioni politiche.
Quella di Mario e dei suoi compagni di strada sembrò allora una bestemmia. E’ vero, erano anni in cui la magistratura era sotto attacco, la politica peggiore e i poteri occulti e criminali lavoravano per liberarsi del controllo giudiziario, ma proprio per questo sarebbe stato necessario un salto di qualità sul piano culturale e istituzionale. Invece non si andò oltre la solita reazione corporativa. Non si volle vedere che i migliori alleati dei poteri occulti e criminali che attaccavano le istituzioni erano proprio nei palazzi di giustizia. E siamo arrivati ad oggi.

C’era una nave…

di Adriano Sansa

1939-2017

Navi cariche di petrolio ferme in rada, scuole e istituti di ricovero al lumicino. Mario aveva capito presto la gravità della situazione. La tolleranza verso chi speculava aspettando l’ aumento dei prezzi era sospetta. La prima perquisizione eseguita a Genova aveva confermato gli indizi di una vasta rete di abusi e di corruzione: favori dei governi ai petrolieri- con leggi e decreti, soprattutto in ambito fiscale- in cambio di finanziamenti ai partiti di maggioranza. Un quadro sconvolgente, un mercimonio della legge. Bisognava procedere rapidamente, completare l’acquisizione delle prove, anche per anticipare le iniziative di insabbiamento che sarebbero probabilmente arrivate, come in effetti arrivarono inesorabilmente nei mesi successivi. Ad Almerighi eravamo stati assegnati a supporto Carlo Brusco ed io. Occorreva scendere a Roma, perquisire e occorrendo sequestrare documenti nella sede dell’Unione petrolifera. Benché ci sembrasse inverosimile, tenemmo conto della possibilità d’essere controllati: anche questo si rivelò in seguito vero e ci venne confermato da Sandro Pertini, allora Presidente della Camera. ” Quei cornuti che ci ascoltano..”, ci avrebbe detto quando gli portammo gli atti, accompagnandoci nella più sicura stireria dell’alloggio di Montecitorio. Ma questo sarebbe accaduto dopo. Quella sera, vigilia della spedizione a Roma che Mario aveva organizzato con rapidità e risolutezza, ci trovammo in una piazzetta del quartiere di Albaro. Il riparo a nostra disposizione fu la Giulietta di Mario. Là raccontò quel che aveva fatto e predisposto, perché ne fossimo al corrente, collaboratori e custodi del segreto di una vicenda che avrebbe suscitato scandalo, ma non abbastanza da indurre un cambiamento del costume corrotto. Il giorno seguente andò con un gruppo di fidati finanzieri nella Capitale, ottenendo prove schiaccianti.
Mi resta così il ricordo di quel giovane collega, pacato eppure teso, indignato e profondamente determinato a procedere contro poteri torbidi e soverchianti: molto più grandi di lui, verrebbe da dire, se non fosse invece che il tempo ha saputo configurare le giuste proporzioni e stabilire dove stava la sola possibile grandezza.

In pochi verso la meta

di Gioacchino Natoli

1939-2017

Mario Almerighi, per chiunque ripensi alla sua vita, rappresenta sempre più una rara avis in quella schiera limitata di esseri umani, capace di vedere – con lucida perspicuità – la sostanza vera dei problemi più rilevanti da affrontare e, possibilmente, risolvere.
Ho volutamente usato il tempo presente, giacché ritengo il suo pensiero tuttora capace di generare risultati fecondi, indipendentemente da ciò che finora è accaduto per l’oggettiva “limitatezza” di chi abbia tentato di seguirne le indicazioni.
Con riguardo alla magistratura – perché di essa egli si è occupato in tutta la sua esistenza terrena – la summa del suo pensiero è racchiusa (a mio avviso) nel primo documento del Movimento per la Giustizia, elaborato a Roma il 16 aprile 1988, che era rivolto (o forse dedicato) a tutte le “componenti della società” – e, significativamente, non soltanto ai magistrati – per un “confronto aperto” sulle problematiche di Indipendenza, Terzietà, Dirigenza, Professionalità, Responsabilità e Autogoverno.
Tuttavia, preliminare e fondamentale Mario riteneva essere la “questione morale” – contro le deviazioni delle prassi correntizie – sia come rifiuto di ogni forma di spartizione e di lottizzazione del potere nonché di uso dello stesso a fini di vantaggio individuale o corporativo, sia come rifiuto di ogni forma di collateralismo con centri di interesse o politici per comprimere o influenzare l’indipendenza e l’imparzialità della funzione del Giudice.
Il contenuto di quel pensiero, se pur a distanza di oltre trent’anni, possiede ancora oggi una carica vitale ed una lungimiranza di progettualità e di suggerimenti, che lasciano tutti profondamente sgomenti alla luce della triste stagione che sta vivendo la Magistratura nel suo rapporto con la società civile e con le stesse Istituzioni.
Mario, invero, si era forgiato e temprato nelle oscure stagioni del terrorismo, della mafia, della P2 e della corruzione degli anni Settanta-Novanta (le quali non avevano risparmiato neppure il mondo giudiziario), ed ha voluto indicare – mediante l’esempio della sua vita professionale e delle sue scelte personali – un “progetto di azione” agli uomini di buona volontà della migliore magistratura, che ha certamente peccato di generoso ottimismo circa le “qualità” caratteriali necessarie per realizzarlo.
Per tale motivo, forse, quel progetto non è stato ancora percorso, giacché richiede forti gambe, schiene diritte, cuori nobili e cervelli scevri da secondi fini: qualità, tutte, che Mario possedeva in larga misura e che aveva riconosciuto in taluni, rari, esempi di compagni di viaggio scomparsi come lui, che sono risultati, però, ancora pochi per raggiungere la meta…

Mario Almerighi ed il 24 marzo Le riflessioni di un avvocato

di Rosalba Turco

1939-2017

Incontrare Mario Almerighi agli inizi della mia attività di avvocato, nell’anno 1984, mi ha dato conferma di quello che pensavo costituisse per me la giustizia: un valore assoluto, sacro, da pretendere e perseguire attraverso i suoi amministratori.
Posso affermare che nei lunghi anni della mia professione sono entrata in contatto con diversi magistrati constatando, nella maggior parte dei casi, la loro serietà e preparazione nell’amministrare la giustizia. Altre volte mi sono anche dovuta scontrare con alcuni di loro che trattavano il processo in modo frettoloso e poco approfondito ma, anche in tali frangenti, la finalità era sempre quella di giungere ad una definizione ritenuta di giustizia, seguendo i principi dell’autonomia e della indipendenza del magistrato, sanciti dalla Costituzione.
E’ stato, pertanto, davvero deludente e non privo di amarezza, ad un certo punto del mio percorso professionale, scoprire che accanto ad un giudice con le qualità e gli ideali di giustizia di Mario Almerighi e ad altri colleghi con lui in sintonia, vi fossero dei magistrati che avevano scelto di utilizzare la propria indipendenza ed autonomia, per garantirsi, attraverso logiche correntizie “deviate”, posizioni di potere “politico” e di prestigio non meritato.
Tali condotte hanno influito negativamente non solo sull’immagine ma anche sull’operato della magistratura, disvalore che appare aver raggiunto l’apice ai nostri giorni con le rivelazioni di condotte inopportune da parte di magistrati, portate all’attenzione dal caso “Palamara”.
Mario Almerighi, insieme ad altri suoi colleghi, ha strenuamente combattuto quella logica correntizia che ha imposto il suo potere per favorire nomine ai vertici delle Procure, trasferimenti di magistrati in altre sedi e cosi via, a prescindere dai meriti dei predestinati.
Si può ricordare come egli, insieme ai magistrati del Movimento per la Giustizia, già nel lontano 1992, nel programma elettorale per il rinnovo del cdc ANM del 22/24 marzo, scriveva “Crisi della politica è innanzitutto crisi della cultura. Durante il loro percorso le correnti tradizionali sono rimaste vittime di tale crisi generale che ha investito il paese.
Il criterio dell’appartenenza ormai si coniuga con la logica del potere degli apparati divenuti simulacri privi di contenuti ed utili in chiave meramente elettoralistica per la conservazione di se stessi. … Non è più credibile alzare la bandiera dell’indipendenza senza farsi carico delle patologie che avvelenano il nostro interno sia sul piano della professionalità che su quello della responsabilità e dell’efficienza.
Occorre insomma che l’ANM abbandoni i tortuosi sentieri che hanno contribuito solo ad aumentare il solco che ci separa dalla società civile” (v. pagg. 143-144 del libro di Mario Almerighi “La storia si è fermata”).
Nonostante il ripetuto e continuativo impegno del Presidente Almerighi e dei magistrati che con lui condividevano un comune sentire, nel contrastare il criterio dell’appartenenza nella sua accezione più negativa di collusione con il potere, man mano hanno prevalso sempre di più quelle logiche correntizie finalizzate all’ottenimento di nomine verticistiche non sempre meritate e di favori personali.
Mario Almerighi ha anche subìto, in prima persona, le conseguenze di tale suo agire, sia da parte del Movimento per la Giustizia che dall’ ANM di cui fu Presidente per un solo giorno.
Ma non si è mai arreso ed ha trovato nuova linfa per la diffusione della legalità costituendo l’Associazione ISONOMIA il 24 marzo 2001, composta da avvocati, magistrati ed operatori del diritto, per affrontare insieme, pur mantenendo ogni categoria la propria specificità, i gravi problemi della giurisdizione in quel momento storico “tali da far temere lo sgretolamento di uno dei pilastri di una qualsiasi democrazia avanzata: quella di assicurare ad una collettività ed ai singoli quel minimo di garanzie che riguardano la sicurezza del cittadino, la certezza della tutela dei propri diritti, la convinzione che il rispetto della legge sia condizione di progresso e che la sua violazione sia, invece, causa di regresso e di altro rischio di penalizzazione della propria ed altrui esperienza” (v. Manifesto Fondativo di Isonomia a pag. 306 del libro già citato di Mario Almerighi).
L’associazione, guidata dal nostro Presidente, ha lavorato molto attraverso convegni, seminari, incontri sulla legalità nelle scuole, nel confronto tra giuristi ed operatori del diritto su temi importanti della giustizia ed ha costituito la genesi dell’Associazione Sandro Pertini Presidente e dell’attuale Associazione Sandro Pertini – Isonomia, sempre fondate da Mario Almerighi.
Il 24 marzo è una data simbolica, ricorrente nella vita del nostro Presidente, è il giorno in cui egli ha fondato Isonomia e quello in cui ci ha lasciato, ma per questo deve essere anche il giorno in cui si rinnova l’impegno preso insieme a lui per continuare a coltivare il nostro percorso culturale e giuridico sulla legalità.

Roma, 24 febbraio 2021

Rosalba Turco

Lettera a un esempio

1939-2017

di Paolo Pacitti

Caro Mario,

certo che si sente e forte la tua mancanza. Si sente perchè mai come in questo momento poter contare su qualche riferimento e su qualche regola, farebbe comodo a questo Paese che in piena pandemia ha perduto la bussola. In questi giorni chiuso tra lavoro e casa mi sono chiesto come l’avresti vissuto tu questa terribile pagina della nostra epoca. La parola che mi viene in mente è una sola: “rigore”. Che in fondo è quello che ho appreso da te sin da quella prima telefonata per chiederti cosa diavolo faceva il tuo nome in una lista di consulenti della commissione Mitrokhin. Dopo quel faccia a faccia ci siamo presi subito, proprio in ragione di quella schiena dritta che predicata bene nei manuali di giornalismo, troppo spesso viene da taluni declinata male. La schiena dritta uno o ce l’ha oppure no. E quando trovi chi ce l’ha – se sei uno che ci crede – fai in modo di imitarlo. Per me l’esempio tuo è servito e tanto. Quante volte mi sono chiesto in questi anni che cosa avresti pensato su un determinato argomento e come ti saresti comportato in un mondo complicato e non poco da un interesse individuale che prevarica qualsiasi forma di interesse comune. Dallo scandalo dei petroli ai Dpcm anticovid il passo non è poi così lontano. A distanza di tanti anni l’idea dell’uomo forte continua ad accarezzare le pagine istituzionali di questa nostra democrazia dai Palazzi svuotati. Sono premesse e conseguenze di una storia che si ripete e che – se ti conosco un po’ – avrebbero certamente suscitato una tua presa di posizione. Prendi il caso Palamara – per esempio – il sistema, come lo hanno chiamato. Più di altri hai capito subito dove si andava a parare. Quel gioco delle correnti inevitabilmente avrebbe portato alla delegittimazione del ruolo della magistratura. Quel libro andrebbe letto con i tuoi occhi per capire se davvero era possibile un’altra via rispetto a quella che trasforma il Csm in una banale rappresentazione di un cda di un’azienda di stato. Per questo penso al coraggio delle tue posizioni e al sogno di vedere un Paese in cui siano le regole e i valori a costruire la spina dorsale di una classe dirigente.

In ricordo di Mario Almerighi

di Pino Zupo

1939-2017

  Mi è stato chiesto un breve ricordo del fraterno amico, Mario Almerighi.

  Impresa forse impossibile, come l’agostiniano svuotare il mare con una conchiglia. Ma ci provo, confortato da una citazione di Eraclito, presa dal bel libro di un caro amico, Vincenzo Brandi, su “Conoscenza, scienza e filosofia”, edito in questi giorni. La citazione sembra proprio si attagli alla vita di Mario Almerighi: “Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada”.

  Mario fu magistrato egregio, ed egregio scrittore: lo è ancora, semel semper. Inseguì un sogno: la verità. Un sogno antico, come quello di Tommaso Campanella, che non a caso aveva impresso sul simbolo sintomatico della Campanella, sveglia delle coscienze addormentate, il motto “non tacebo”. E Mario non ha mai taciuto.

  Per questo è stato avversato dai potenti e dai loro servi di turno, che inquinano la verità per i loro sporchi bassi interessi. Leggete i suoi libri, documentatevi sulla sua attività di magistrato e di uomo amante della verità. Impariamo da lui ad essere amanti di quel termine antico, αληθηια = negazione dell’oblio. Non fermiamoci nella nostra Itaca quotidiana, ma seguiamo l’esempio di lui, che fino all’ultimo conservò l’ardore di “divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore”: lui, il cui ricordo ci aiuta ad uscir fuori dalla palude dei tempi, verso “l’alto mare aperto”.

Con ricordo commosso, Pino Zupo

Un pensiero per Mario

1939-2017

di Marcello Marinari

Ci sono ricordi che non si cancellano, che riemergono quando meno ce lo aspettiamo, flash che la nostra mente, la nostra memoria ci rimanda dal passato, indelebili, come un fermo immagine.

Nel caso di Mario Almerighi, però, questo flash, questa immagine che la mia mente proietta non appena parlo di lui o ne sento parlare, non è riemerso solo a distanza di tempo, come accade a chi invecchia, specie per la memoria della propria infanzia.

Ricordo perfettamente, ed ho sempre ricordato, quando e dove ho conosciuto Mario, un ricordo che non mi ha mai lasciato, e che non dipende, quindi, da ciò che con il passare del tempo ha significato e significa ancora per me la nostra amicizia; dipende invece dall’importanza che quell’incontro ebbe già allora, nel momento stesso in cui avvenne.

Ero appena entrato in magistratura, un’avventura della quale non capivo ancora bene tutte le implicazioni, ma che mi affascinava e mi spaventava allo stesso tempo, ed ero alla ricerca di modelli, come spesso capita ad un giovane, un giovane ingenuo ed inesperto come me, per giunta, che aveva affrontato il concorso per l’insistenza affettuosa ma implacabile di un magistrato che mi conosceva nei miei primissimi passi da procuratore legale.

Un giorno lessi su una rivista un’intervista di Mario, componente del Consiglio Superiore della Magistratura, un’intervista che mi colpì moltissimo, a partire dalla foto di Mario, la foto di un giovane, e di un giovane sorridente, così diversa dallo stereotipo del magistrato di allora, un giovane che diceva con molta sicurezza, ma senza spavalderia o arroganza, che lui e gli altri magistrati eletti con lui avrebbero fatto “grandi cose”, nel senso dell’impegno a rinnovare la magistratura, un impegno civile, così mi sembrò, prima ancora che professionale, e che corrispondeva alla sua personalità, come ho poi potuto esperimentare.

Era un’immagine molto diversa da quella che avevo avuto fino ad allora dei magistrati, un’immagine la cui credibilità derivava però anche dalle clamorose inchieste genovesi delle quali avevo letto qualche anno prima, che mi comunicò entusiasmo, come è avvenuto tante altre volte, parlando con Mario, o ascoltandolo.

Ho detto che ero alla ricerca di modelli, di esempi da imitare, dai quali imparare, ed aggiungo: non di padrini, ed è in questa prospettiva che mi proposi di trovare il modo di conoscerlo, avendo letto di un convegno al quale avrebbe partecipato.

Ricordo che lo avvicinai dentro il ristorante dove eravamo andati tutti nella pausa dei lavori, per presentarmi, senza neppure scusarmi di bloccarlo, un po’ maleducatamente, nel corridoio, tanto ci tenevo a conoscerlo; Mario, con la sua consueta gentilezza e disponibilità, non si sottrasse, e da lì è cominciata la nostra conoscenza, divenuta poi una grande amicizia, che non si è mai interrotta e non ha mai avuto momenti di crisi.

Lo andavo a trovare a Genova, dopo avere iniziato a lavorare a Biella come Pretore, e poi ci ritrovammo in molte occasioni, quando era ormai a Roma, tra convegni e riunioni associative, e cominciò l’esperienza di quel gruppo di magistrati che avrebbero poi costituito il movimento dei “verdi”, come furono chiamati dal colore del primo documento pubblicato, dei quali Mario era uno degli esponenti più importanti ed autorevoli.

Fu un’esperienza bellissima, nei suoi momenti fondativi, per un giovane magistrato come me che avvertiva l’esigenza di una modernizzazione della magistratura, senza rigidità ideologiche, ma con forti ideali, nella quale il tradizionale (ed un po’ vago, benché nobile) concetto di missione si accompagnava a quello di competenza professionale e di efficienza, anche se non di efficientismo manageriale, come pure qualcuno, tra i magistrati, diceva sprezzantemente, e di un nuovo rapporto tra la magistratura e la società, dopo la dura lezione del referendum sulla responsabilità dei magistrati.

Mario, con il suo contagioso entusiasmo, impersonificava perfettamente le mie aspettative e le mie aspirazioni, anche se poi, nello sviluppo di quel bellissimo progetto fondativo, dopo la fase semiclandestina e la rottura con la corrente alla quale aderivamo,  ci ritrovammo su due posizioni diverse, quanto alla fisionomia che avremmo voluto dare a questa nuova formazione, soprattutto per quanto riguardava la presenza di non magistrati, ed i limiti che ciò avrebbe comportato per la partecipazione alle vicende associative, soprattutto per le elezioni, una prospettiva che io non vedevo con sfavore, mentre Mario era fermamente convinto che ciò avrebbe determinato l’irrilevanza della nuova formazione. Molti anni dopo, con la consueta onestà intellettuale, mi disse che forse avevo visto bene io, allora.

Ma questa differenza di posizioni, e quelle che talvolta si manifestarono anche su altri punti, non hanno mai avuto alcuna conseguenza sui nostri rapporti, anche quando, proprio per effetto del sempre maggiore allontanamento dal progetto originario, la mia partecipazione attiva si fece meno intensa, benché il movimento fosse sempre il mio punto di riferimento, come magistrato associato; Mario non lo avrebbe mai fatto, lui non si dava mai per vinto e combatteva le sue battaglie senza perdersi d’animo.

Forse le cose avrebbero potuto cambiare, per me, intendo, ma non solo, a pensarci bene, con la nomina di Mario alla Presidenza dell’associazione, che appresi con grande gioia e sorpresa una domenica mattina leggendo il giornale, perché era un po’ di tempo che non ci sentivamo e che non conoscevo i dettagli delle vicende associative.

Sappiamo tutti come è andata, e ricordo che allora, mentre stavo partendo per un impegno all’estero (anche in questo caso il flash-io che scrivo in una camera d’albergo) sentii il bisogno di scrivergli un biglietto, invece di telefonargli, come pure feci in seguito, proprio per attestare in modo più forte la mia vicinanza. Penso che questa vicenda, per come me ne ha poi parlato Mario e per il tono che senti nelle sue parole, sia stata un punto di svolta nella sua vita, almeno nella sua vita di magistrato impegnato con grande passione nelle vicende associative, e curiosamente (o forse no), fu proprio da allora che riprendemmo a sentirci più regolarmente.

Aggiungo che sono certo che questa vicenda sia stata fonte di grande dolore, e di sofferenza anche fisica per lui, e non certo per la rinuncia alla poltrona presidenziale.

Qualche volta lo andavo a trovare quando ero a Roma, e tante volte ci sentivamo al telefono, spesso mentre era a Bracciano, nella sua dimensione più privata.

Stava sviluppando la sua vocazione di scrittore, che ci ha regalato dei racconti-documento sempre profondi, mai pesanti però, e spesso anche pieni di ironia e di aneddoti.

In questa dimensione ecco riaffiorare quella passione civile che avevo intuito già da quel nostro lontano primo incontro; a differenza di tanti altri magistrati che scrivono libri, lui scriveva per testimoniare, per contrastare la perdita collettiva della memoria dei fatti, e lo faceva senza derive autocelebrative, senza retorica; raccontava, certo, con qualche concessione narrativa, ma sempre fedele alla verità dei fatti, per come l’aveva conosciuta.

Aveva trovato una dimensione che lo appassionava, come sentivo dalla sua voce quando parlavamo al telefono; e che gli aveva dato anche la voglia di affrontare un’altra esperienza, quella della Presidenza di Civitavecchia, con grande entusiasmo e con la speranza di fare ancora qualcosa di valido e di importante, non per la sua “carriera”, ma per la collettività.

Ci sentivamo mentre io ero a Montepulciano, in quella che sarebbe stata la mia ultima sede di magistrato, e ci scambiavamo opinioni e sensazioni; mi parlava non solo del lavoro, ma anche della barca, perché condivideva con me la passione per il mare. Fu entusiasta di aiutarmi a pubblicare un libro su Pertini, con alcuni amici dell’Elba, sul processo che aveva subito a Portoferraio durante in fascismo, quel Pertini che aveva conosciuto ed ammirato tanto.

Fu in questo periodo che ci incontrammo per l’ultima volta purtroppo, ma allora non avrei potuto immaginarlo; mi invitò alla presentazione di un suo libro, a Capalbio, e fui felice che avesse voluto che prendessi la parola per parlarne; lo ricordo davvero contento, circondato da persone che amava, e che lo amavano; fu un momento molto bello.

Mario non è mai invecchiato mentalmente, è sempre rimasto capace di sognare e di sperare, malgrado tante delusioni, e disillusioni, che lo hanno accompagnato anche nell’ultimo periodo del suo lavoro di magistrato, di Presidente di Tribunale; ricordo che lo sentii non solo amareggiato, ma quasi incredulo, non riusciva a comprendere quello che stava succedendo, e se non fosse stato così deluso e amareggiato non avrebbe preso la decisione di lasciare. Mentre scrivo queste righe me lo vedo ancora davanti, sorridente; a questo punto mi direbbe di smetterla, e lo faccio, ma con l’impegno di continuare a ricordarlo non con cerimonie commemorative, ma cercando di conservarne sempre la memoria, insieme ai tanti che lo amano, proseguendo, per quanto ne sono capace, sulla stessa strada.